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Illustrissimi Sig. Ambasciatori,
Mons. Francesco Follo,
Egregio Signor Badarch DENDEV, Rappresentante dell’Unesco,
gentili partecipanti a questo evento dedicato al 20° anniversario del Premio chel’Unesco ha conferito a Chiara Lubich sul tema Educazione alla pace, congratitudine accolgo l’opportunità che generosamente mi avete concesso di parlare sulla questione dell’unità della famiglia umana e una cultura di pace.
 
Vent’anni fa,in questa prestigiosa sede, Chiara Lubich descriveva il rapportofra la cultura dell’unità e la pace, presentando l’esperienza del Movimento deiFocolari nel mondo. Essa – diceva - era al servizio del mutuo riconoscimentodella dignità di ciascuno, favoriva uno stile di vita comunitario, abbatteva le artificiali barriere che producevano diffidenza, ostilità e inimicizia, e soprattutto presentava l’idea portante del nuovo ordine mondiale basato sulla visione della pace: l’umanità come famiglia, con Dio Padre, sorgente di infinito amore per tutti e per ciascuno. E se si elevavano, allora, venti di guerra nell’umanità, Chiara Lubich metteva in luce le tante iniziative ed esperienze che indicavano la strada della ricerca dell’unità fra le persone, le comunità, i popoli.
Vent’anni fa il mondo era diverso. Era afflitto da numerosi conflitti, i quali si presentavano in forma perlopiù localizzata e coinvolgevano gruppi riconoscibili di belligeranti. Gli anni successivi hanno mostrato il volto duro e angoscioso di nuove situazioni di guerra. Ricordiamo le primavere arabe, con le conseguenti instabilità delle aree mediorientali e la formazione dell’autoproclamato Stato islamico. Sono ancora vive alla nostra mente le immagini delle distruzioni di intere città, delle devastazioni di monumenti e opere d’arte. Vent’anni fa nessuno poteva pensare che l’Europa potesse ancora essere il teatro dell’occupazione di una regione di uno Stato da parte di un altro confinante, come avvenuto in Crimea. La recrudescenza dei conflitti in Afghanistan, in Birmania, il colpo di stato in Thailandia, i conflitti fra gruppi religiosi, e non solo, in Centrafrica e in altre regioni dell’Africa subsahariana, sembrano mettere le lancette dell’orologio indietro nel tempo, a epoche di instabilità politiche che, forse, vent’anni fa erano meno evidenti.
La guerra è, oggi, un dramma dai mille volti. Alle guerre fra gli Stati si aggiungono guerre all’interno degli Stati, fra etnie, gruppi politici e comunità religiose. A volte è combattuta da eserciti regolari, altre volte da milizie irregolari, o da gruppi di mercenari, o da irriconoscibili “lupi solitari”, come accade nel caso delle azioni terroristiche. Anche gli strumenti della guerra sono cambiati. È evidente che le guerre oggi si manifestano spesso sugli inediti campi di battaglia dei mercati finanziari ed economici, per l’approvvigionamento delle materie prime e delle risorse energetiche, per conquistare nuovi mercati.
L’insorgenza e lo sviluppo di nuovi conflitti chiede anche alle culture di pace di trovare nuove e più aggiornate risposte. Pensiamo, per esempio, alla cultura della non-violenza. Essa è autenticamente una forza rivoluzionaria al servizio della pacificazione dei contesti di guerra più cruenti. È potente perché trasforma l’ingiustizia subita nell’opportunità di fondare azioni di pace e di perdono. È la risposta di chi, offeso e perseguitato, rifiuta di impugnare le armi perché non crede che l’azione di guerra sia il modo ragionevole di superare i conflitti. Ma oggi sta accadendo qualcosa di nuovo: i civili inermi, che cadono sotto le azioni terroristiche, sono già indifesi, innocenti, disarmati. Sono, in altre parole, non-violenti, ma senza averlo potuto scegliere. D’altronde, non sapevano neanche di trovarsi in un campo di battaglia. Cos’è allora la non-violenza quando da scelta etica diventa circostanza imprevedibile?
Oppure si pensi alla cultura della pace impostata sul normativismo. Essa ha il suo fondamento teorico nell’opera di Immanuel Kant, Zum Ewigen Frieden1 (Per la pace perpetua), nella quale il filosofo prussiano dipinse le ragioni di ordine non etico, ma giuridico, razionale e contrattuale, della pace fra gli Stati e le comunità. Ma gli scenari globali attuali hanno immesso sulla scena nuovi attori sociali, indifferenti alle diplomazie, agli accordi, alla negoziazione dei vantaggi e degli svantaggi della cooperazione internazionale.
La spiritualità di Chiara Lubich, centrata sull’unità, può dare un contributo alle culture di pace odierne. Il Movimento dei Focolari è impegnato, al pari di altre organizzazioni, in questi ambiti. È presente in circa 180 paesi del mondo, e in molti di essi rappresenta una sorta di presidio per l’unità e la pace.
Consentitemi di ricordare qui che esiste oggi una comunità dei focolari ad Aleppo, in Siria, che offre spazi di condivisione e reciproca solidarietà a una popolazione martoriata dalla guerra. Esistono comunità vitali nei paesi della fascia centrale del continente africano, che ho recentemente visitato, dove la violenza dell’intolleranza miete quasi quotidianamente le sue vittime. Si è appena concluso a Tlemcen (Algeria) le Congrés Musulman del Movimento dei Focolari, con la partecipazione anche di cristiani di vari paesi del mondo, con l’appello finale a lavorare più capillarmente e con maggiore profondità per costruire una cultura di pace. E siamo presenti e attivi per la pace nei paesi dove essa è attualmente più minaciata.Il primo obiettivo di queste iniziative è, ovviamente, la fine dei conflitti e l’instaurazione di un clima sociale e civile pacifico. Ma, come la storia contemporanea spesso ci ha insegnato, oggi le ragioni della pace implicano questioni più profonde. Il Movimento dei Focolari, in tal senso, opera per una giustizia sociale fondata sulla comprensione che, nel nostro mondo globale, l’avvenire sarà sempre più condiviso, e le guerre e le miserie localizzate avranno comunque ripercussioni globali. Nessuno può salvarsi da sé, nessuno può sperare di rimanere felice da solo. Occuparsi del bene e della pace altrui è oggi decisivo per curare la propria felicità, come c’insegnano figure come Zygmun Bauman, e prima di lui John Dewey e Karl Mannheim2.
La spiritualità dei focolari, in tal senso, può dare un contributo utile alla edificazione di una nuova cultura di pace. Essa, infatti, è stata definita da Chiara come una spiritualità collettiva, comunitaria. Dal punto di vista politico, si potrebbe credere che ciò significhi semplicemente che essa si realizzi attorno a un ente collettivo, come lo Stato, il partito, o una Chiesa. Non è così e, fra l’altro, la storia moderna ci ha mostrato il volto terribile che i collettivismi producono quando tentano di imporre le loro visioni etiche e, in ciò, implicano la violazione delle libertà individuali e generano guerre, non la pace. Invece, la spiritualità dei focolari si distingue dalle spiritualità individuali dal fatto che queste di solito si basano su una vita religiosa conquistata come ricerca personale. La spiritualità comunitaria aggiunge, a questa ricerca individuale, un percorso specifico, secondo il quale si arriva a Dio insieme, cioè uniti alla figura di Cristo (secondo le parole del Vangelo di Giovanni: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv 17, 21)), e costruendo l’unità fra tutti (“perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21)).
Allora, al centro della nostra esperienza non c’è un ente collettivo, non c’è un impersonale “noi”, ma una persona: la persona di Gesù3.
È Gesù, perciò, a portare la sua pace. Di più, Gesù ci indica la misura radicale con cui dovremmo agire per guarire ogni ferita, sanare ogni problema, risolvere ogni conflitto. Amare come Lui ci ha amato, fino a salire sulla Croce per amore dell’umanità. Così non solo Lo seguiremo, nell’amore reciproco, ma saremo con Lui, agiremo come Lui, e lasceremo perciò Lui fare la storia.
In Gesù, dunque, unità e pace sono la stessa cosa.
Ora, questa è l’ispirazione. Se è vero che il desiderio di pace ispira tutti gli uomini di buona volontà, se è vero che esso è scritto nel cuore di ogni uomo, è nel momento in cui tale anelito si trasferisce dal cuore alla mente, e poi all’azione, che esso diventa cultura.
Tale cultura della pace fondata sull’ideale dell’unità (come amava chiamarlo Chiara) è in grado oggi di affrontare le sfide portate dal pluralismo etico e religioso. La convivenza di comunità e popoli che hanno visioni del mondo differenti è una sfida per la pace. Di sicuro, sarà difficile che la pace possa generarsi dal prevalere di una di queste concezioni pacifiste sulle altre. Per quanto siano lodevoli i tentativi di diffondere i principi di tolleranza, di democrazia, di concordia, a tutti gli angoli del mondo, non possiamo illuderci sul fatto che esistano altre concezioni della vita buona, altri principi di etica sociale, o che semplicemente la grammatica etica che stiamo usando non corrisponde a quella di altre culture.
Non c’è altra soluzione che intavolare processi di dialogo che coinvolgano culture diverse, fedi diverse, concezioni del mondo diverse, finalizzati al mutuo riconoscimento, alla cooperazione internazionale, alla promozione della solidarietà e del bene comune. Questi sono i caratteri di una comunità fondata su uno stile di vita alla ricerca dell’unità. E quando essa si manifesta, rappresenta una forza capace di generare soluzioni pacifiche dirompenti. Il pensiero va a quanto avvenuto questa estate a Jacques Hamel, il quale fu trucidato nella chiesa di S. Étienne-de-Rouvray. Quel tragico episodio condusse tanti cittadini islamici a recarsi nelle chiese cristiane per un momento di riflessione e unità. Tale scelta ha inferto al terrorismo un colpo assai più grave di tante strategie politiche e militari.
È questa la cultura di pace che nasce dall’unità. La sua efficacia è stata mostrata ad Assisi, lo scorso settembre, all’incontro di dialogo fra le religioni e le culture, a trent’anni dal primo grande incontro voluto da san Giovanni Paolo II.
Il Movimento dei Focolari è al servizio di tale prospettiva, oggi avvertita come determinante per pacificare un mondo sempre più interdipendente. La profezia del messaggio di Chiara Lubich, premiata vent’anni fa dall’Unesco, risuona oggi ancora più attuale.
Grazie

 

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1) I. Kant, Zum ewigen Frieden, 1795.
 
2) Attraverso tutte queste iniziative, il Movimento dei Focolari il Movimento dei Focolari intende costruire un clima sociale fondato sui principi di pace e di armonia, in grado di mettere al centro dell’azione pubblica il bene comune, il quale si propone oltre ogni interesse particolare di natura economica, finanziaria o geopolitica.
 
3) Gesù può comporre il mosaico ricco e vario delle nostre comunità. La pace è un suo dono perché, come scrive Isaia: “Dio ci donerà la pace, perché compie in noi ogni nostra azione” (Is 26, 12). Già Tommaso d’Aquino aveva intuito che tale passaggio era la chiave ermeneutica per collegare l’azione umana alla Provvidenza di Dio. Cf Tommaso D’Aquino, Summa contra Gentes, III, 67.
 
4) Giovanni XXIII,Pacem in terris, 1961, § 89.

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