mppu international

twitterfacebook

Versione integrale_Def_03/11/2016.



(Letto da Catherine Belzung)

Ci troviamo qui in occasione del 20° anniversario del conferimento del premio per l’educazione alla pace a Chiara Lubich: momento di ricordo certamente, ma soprattutto occasione per rileggere oggi e far proprio il suo pensiero riguardo l’educazione alla pace, e quindi, in ordine alla costruzione della pace. E non è certamente una semplice coincidenza che ci troviamo qui a parlare di pace, a soli due giorni dalla commemorazione del primo anniversario dei tragici attentati terroristici di Parigi. Il doloroso e commosso ricordo di quegli eventi ci sprona a lavorare con maggior determinazione e creatività per trovare nuove vie per la pace.
La pace è certamente un dono di Dio, ma anche frutto delle scelte degli uomini e quindi è qualcosa che anche ciascuno di noi può contribuire a costruire nel proprio piccolo, nella quotidianità perché – come si legge nel Preambolo della Costituzione dell’UNESCO del 1945 - «le guerre hanno origine nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace».

Per questo mi preme ringraziarVi per tutto quanto l’UNESCO fa quotidianamente per la pace e per contribuire a costruire – attraverso l’educazione, la scienza e la cultura – un mondo più fraterno e unito.

L’oggi della storia ci presenta in modo incalzante l’immagine di un mondo lacerato da conflitti di ogni genere, di muri che si ergono, di migranti e di rifugiati che fuggono dalla miseria e dalla guerra, di egoismi politici che si fronteggiano incuranti delle ricadute umane.
Per esprimere la crudezza e anche la gravità del contesto in cui viviamo, Sua Santità Papa Francesco ha spesso usato l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”, proprio a significare la frammentazione e allo stesso tempo la globalizzazione dei conflitti: guerre, azioni terroristiche, persecuzioni per motivi etnici o religiosi e prevaricazioni hanno segnato inesorabilmente questi ultimi anni, moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo.
E’ una violenza non convenzionale, ubiqua e pervasiva, difficile da sconfiggere con gli strumenti sinora utilizzati. Sono conflitti che possono essere risolti solo con un impegno corale, non solo della comunità internazionale, ma della comunità umana mondiale.
Nessuno può sentirsi escluso da questa azione: essa deve passare nelle nostre strade, nei luoghi del lavoro, dell’istruzione e della formazione,
dello sport e del divertimento, delle comunicazioni, del culto.
Alla “guerra mondiale a pezzi” si risponde con una pace mondiale fatta anch’essa di “singoli pezzi”, di piccoli passi, di gesti concreti. Tutti hanno un ruolo, ognuno ha una responsabilità.
Troviamo qui in prima linea le organizzazioni internazionali con la loro instancabile opera di promozione della pace. Il dialogo incessante ed il consenso tenacemente ricercato in tali organizzazioni, ivi compresa questa prestigiosa istituzione, devono essere riconosciuti come segni importanti dell’aspirazione globale verso la pace e l’unità.
Ma vi troviamo anche comunità, associazioni di ogni genere, movimenti di ispirazione religiosa o laica che sono portatori, in modo più o meno esplicito e consapevole, di una nuova logica che rompe con quella fondata sulla ricerca del potere e sull’interesse unilaterale, sul desiderio di dominio, sulla volontà egemonica, quando non direttamente sulla violenza. Essi adottano invece una prospettiva alternativa, propugnano e realizzano nei loro ambiti un cambiamento radicale, l’unico oggi all’altezza delle sfide, siano esse di dimensione locale o mondiale, l’unico in grado di costruire le fondamenta della pace di oggi e di domani.

E’ l’esperienza diretta del Movimento che rappresento!

La nostra storia inizia nella città di Trento sotto i bombardamenti cui veniva continuamente sottoposta la città. Nel momento stesso in cui tutto crollava; in cui gli ideali materiali venivano distrutti e quelli immateriali erano di fatto impossibili da raggiungere; in cui i popoli si combattevano fino allo sterminio in una lotta insensata e tragica; in cui emergevano nel tessuto sociale cittadino conflitti e tensioni di ogni genere: personali, famigliari, di classe e ideologici, nel cuore di una giovane donna trentina, Chiara Lubich, germogliava ed esplodeva un Ideale che non passa, che nessuna bomba può distruggere, grande, immenso e che si sarebbe poco a poco rivelato – non senza difficoltà e incomprensioni – come un’unzione, un vaccino efficace per risanare ferite profonde e colmare fratture laceranti.

Così, proprio sotto i bombardamenti, Chiara Lubich e le sue prime compagne, non fuggono dalla loro città bombardata: nel loro dedicarsi ai poveri, nel riversare il loro amore su tutti, diventano portatrici di speranza. Le loro azioni hanno avuto una portata ben più ampia di quello che si poteva vedere sul momento: hanno immesso nel circuito distruttivo della guerra nuova linfa di rigenerazione del tessuto sociale che sarebbe diventata generatrice di pace.

E quelle azioni ancora oggi portano frutti di pace. Un esempio è il lavoro per l'unità che il movimento porta avanti da anni all'interno del mondo Cristiano. Un altro esempio è il dialogo che il movimento promuove con esponenti dell’Ebraismo, del Buddismo, dell’Islam, dell’Induismo e delle religioni tradizionali, e pure con persone di convinzioni non religiose; un dialogo che è basato sull’accoglienza delle persone, sul comprendere profondamente le loro scelte, le loro idee, valorizzando il bello, il positivo, quello che ci può essere di comune, che può formare dei legami fra persone e fra gruppi religiosi.
Un dialogo fruttuoso che ha portato, in Paesi in cui l’Intercultura e il dialogo interreligioso sono difficili, alla nascita di comunità che vivono fraternamente il carisma dell’unità non solo nel rispetto reciproco, ma nella gioiosa e per molti versi sorprendente riscoperta della ricchezza della propria identità, nella serena consapevolezza della diversità culturale e religiosa.

La molla che ha spinto e continua a spingere a scommettere ancora sulla pace e quindi, a proseguire in questa via del dialogo, viene dall’esempio di Gesù: essere pronti ad amare il prossimo fino al sacrificio di sé, come ha fatto Lui che in croce è morto per l’umanità intera. Infatti l’impegno per la pace richiede un mezzo adeguato per raggiungere l’obiettivo. Chiara Lubich parlando all’ONU nel 1997 lo ha detto con chiarezza: «Non è uno scherzo impegnarsi a vivere ed a portare la pace! Occorre coraggio, occorre saper patire. […] Se più uomini accettassero la sofferenza per amore, la sofferenza che richiede l’amore, essa potrebbe diventare la più potente arma per donare all’umanità la sua più alta dignità: quella di sentirsi non solo un insieme di popoli uno accanto all’altro, spesso in lotta fra di loro, ma un solo popolo abbellito dalla diversità di ognuno, custode delle differenti identità»1.
Un altro punto di forza del messaggio della Lubich sulla pace è la fraternità.
Ne ha parlato sin dai primi tempi del suo percorso umano e spirituale, ma con gli anni il concetto di fraternità ha preso un posto di sempre maggior rilievo nel suo pensiero.

La fraternità è stata da lei declinata nei più vari ambiti della vita e del sapere come una vera e propria categoria, anzi, un nuovo paradigma a fondamento di valori e di atti concreti in grado di indirizzare le nostre convivenze verso l’unità e la pace.

Parlando a dei politici italiani il 15.12.2000, a Roma, Chiara Lubich sosteneva:
«La fraternità […] ricostruisce il tessuto sociale e, per essa, acquistano nuovi significati anche la libertà e l’uguaglianza, con tutti gli orientamenti politici e le scelte che da essi discendono.
La fraternità consente di tenere insieme e valorizzare esperienze umane che rischiano, altrimenti, di svilupparsi in conflitti insanabili […]. Consolida la coscienza dell’importanza degli organismi internazionali e di tutti quei processi che tendono a superare le barriere e realizzano importanti tappe verso l’unità della famiglia umana»2.

Su questa base il lavoro di Chiara Lubich per la pace si è intrecciato con la riflessione di esponenti delle grandi religioni, del mondo politico e culturale, con semplici cittadini, dando vita a un dialogo quanto mai proficuo, che si rivela oggi di grande attualità.
In un suo messaggio del 2003 troviamo scritto:
«E’ la fraternità che può far fiorire progetti ed azioni nel complesso tessuto politico, economico, culturale e sociale del nostro mondo. E’ la fraternità che fa uscire dall’isolamento e apre la porta dello sviluppo ai popoli che ne sono ancora esclusi. E’ la fraternità che indica come risolvere pacificamente i dissidi e che relega la guerra ai libri di storia. E’ per la fraternità vissuta che si può sognare e persino sperare in una qualche comunione dei beni fra paesi ricchi e poveri, dato che lo scandaloso squilibrio oggi esistente nel mondo è una delle cause principali del terrorismo. Il profondo bisogno di pace che l’umanità esprime dice che la fraternità non è solo un valore, non è solo un metodo, ma un paradigma globale di sviluppo politico».3

Il messaggio di amore e fraternità di Chiara Lubich si declina in modo inscindibile con la costante ricerca dell’unità. E’ un messaggio unico, ma che si articola in una concatenazione virtuosa: vivere, praticare l’amore reciproco; l’amore reciproco rende possibile l’unità; dall’unità nasce la pace, la pace vera.
Parlando a Tokyo, il 24.11.1985, ai giovani del Movimento buddista Rissho Kosei-Kai che le avevano fatto una domanda sulla pace Chiara Lubich ha risposto:
«La pace è effetto dell’unità. Quando c’è unità fra noi e Dio c’è la pace interiore. Quando c’è unità fra i fratelli c’è pace fra fratelli.
Quando c’è unità fra i popoli c’è pace nel mondo».

Chiara Lubich sottolineava sempre che l’unità poteva essere vissuta da tutti, proprio da tutti, perché l’unità, causa della pace è: «l’amore che batte in fondo ad ogni cuore umano. Che per i seguaci di Cristo può consistere in quella (….) agape che è una partecipazione all’amore stesso che vive in Dio: amore forte, amore capace di amare anche chi non contraccambia ma attacca, come il nemico, amore capace di perdonare… E per chi segue altre fedi religiose è un amore che può chiamarsi benevolenza, e che, per le persone che non hanno una fede religiosa, può voler dire filantropia, solidarietà, non-violenza”.

Reinventare la pace
Su queste basi è possibile ripensare la pace, anzi è possibile reinventarla.
Reinventare la pace significa anzitutto impegnarsi a fondo sul dialogo, prendere il dialogo sul serio, non solo come un metodo, ma come un valore in sé. Il dialogo autentico è tale se non è episodico, se promuove ed edifica una cultura del dialogo. Il dialogo è profondo interesse per l’altro, è conoscenza e stima reciproca, è sincero rispetto per la diversità, è valorizzazione del pluralismo. Il dialogo è una strategia, non una tattica; è una visione di lungo termine, e non si limita ad obiettivi immediati. Il dialogo vero costruisce rapporti solidi e duraturi, investe nel futuro senza perdere di vista le questioni del presente. Il dialogo innesca processi strutturali di intesa e di comprensione, necessari se si vuole passare dalla convivenza, pur
necessaria, al mutuo riconoscimento e alla scoperta di una identità condivisa.

Reinventare la pace significa realizzare progetti politici che non siano condizionati da interessi di parte e di corto respiro; progetti coraggiosi e incisivi, che abbiano come stella polare il bene comune ed i beni comuni dell’intera famiglia umana.
Reinventare la pace significa abbattere il muro dell’indifferenza e assumere un atteggiamento responsabile e attivo per ridurre le disuguaglianze attraverso iniziative concrete, politiche specifiche, scelte etiche che vadano nella direzione della realizzazione di un’autentica giustizia sociale. Significa rompere con la logica dell’accumulazione e del profitto senza limiti e senza scopi sociali, significa fermare l’incremento delle spese militari e del commercio internazionale degli armamenti, significa ripensare le politiche economiche degli Stati e delle istituzioni finanziarie e commerciali
internazionali.
Reinventare la pace significa promuovere una cultura della legalità ad ogni livello per contrastare, attraverso azioni positive, la corruzione, l’evasione fiscale, l’appropriazione illecita delle risorse pubbliche.
Reinventare la pace significa avere a cuore la salvaguardia del creato, far crescere in noi e attorno a noi il rispetto per la nostra casa comune.
Reinventare la pace significa amare il nemico. Amare il nemico è novità di vita, di quella vita che Gesù porta. Nel messaggio evangelico ci viene proposto addirittura di andare oltre e annullare la categoria del nemico, sull’esempio di Dio che manda il suo sole e fa cadere la sua pioggia sui buoni e sui cattivi (cf. Mt 5, 45) e viene fatta una richiesta che può sembrare inaudita: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6, 27).
Amare il nemico vuol dire disarmo globale, progressivo e bilanciato, non per cadere nell’anarchia e nel caos, ma per inventare strumenti, forme e modi di risoluzione dei conflitti più consoni alla dignità delle persone e dei popoli, per passare alla pratica di una sicurezza condivisa e disarmata che si fondi sulla consapevolezza di un comune destino.
Reinventare la pace significa perdonare. Il perdono non è contrario alla giustizia internazionale, ma offre la possibilità di riavviare i rapporti su nuove basi.

Con forti accenti Giovanni Paolo II parlava del perdono come via alla pace il 1° gennaio 2002: «Il perdono si rende necessario anche a livello sociale. Le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa comunità internazionale hanno bisogno di aprirsi al perdono per intessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale. Il perdono mancato, al contrario, specialmente quando alimenta la continuazione dei conflitti, ho costi enormi per lo sviluppo dei popoli. [...] La proposta del perdono non è di immediata comprensione né di facile accettazione; è un messaggio per certi versi paradossale. Il perdono infatti comporta sempre un’apparente perdita a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo termine.” (…) Il perdono potrebbe sembrare una debolezza; in realtà, sia per essere concesso che per essere accettato, suppone una grande forza spirituale e un coraggio morale a tutta prova. Lungi dallo sminuire la persona, il perdono la conduce ad una umanità più piena e più ricca, capace di riflettere in sé un raggio dello splendore del creatore»..
Reinventare la pace significa impegnarsi a fondo nella riconciliazione, apprendendo questa difficile arte dalle esperienze storiche già realizzate con successo, che hanno posto le basi per una rinascita politica, dopo conflitti laceranti, come accaduto con le Commissioni per la verità, la giustizia e la riconciliazione sperimentate in Sud Africa, in Cile, Argentina, El Salvador, Guatemala, Panama, Perù, Ghana, Sierra Leone, Liberia, Timor Est, Tunisia e anche in Colombia.
In conclusione, Reinventare la pace è davvero possibile nella misura in cui cambia le mente e il cuore delle persone. Per questo è necessaria una profonda operazione culturale. Occorre investire sulla cultura e sull’istruzione, come raccomanda questa Istituzione, specialmente a favore delle nuove generazioni, per formare giovani e adulti che maturino la coscienza della guerra come un’opzione impensabile e come una via del tutto impraticabile. Dar vita a luoghi in cui si possa fare un’autentica esperienza di pace, in cui si incontrino persone di culture, esperienze, età, provenienze diverse, luoghi dove ogni identità possa diventare un arricchimento reciproco, dove la fraternità universale diventi tangibile. Questi luoghi, – ed il Movimento
dei Focolare ne ha costruito qualche decina – queste strutture, già presenti in tante parti del mondo, sono piccoli fari di luce che indicano un percorso che ci può trasformare, ci può rendere persone rinnovate, aperte al mondo e al tempo stesso attente alle esigenze, alle sofferenze, ai bisogni, alle aspirazioni e anche alle gioie degli altri4.

Infine, Reinventare la pace significa amare la patria altrui come la propria, il popolo, l’etnia, la cultura altrui come i propri.

La pace, per Chiara Lubich, è una dimensione globale, anzi, universale.
Essa parte dalle persone e si allarga fino ai confini della terra, abbracciando l’umanità intera con le sue culture, le sue mille identità, le sue articolate strutture, con il pluralismo delle sue istituzioni, la molteplicità dei suoi modelli politici, economici, sociali. La pace non è una promessa, è un impegno ed una scelta. Sta a noi farla fiorire sulla faccia della terra.
L’invito a tutti quanti qui presenti, o che ci seguono in tutto il mondo, di armarsi di pace, di essere portatori di pace, testimoni in ogni angolo del mondo, che la pace la si può reinventare!

__________________________________________________________________________________________________________________________

1) C. Lubich, Discorso al Simposio Verso l’unità delle Nazioni e l’unità dei popoli, organizzato dalla WCRP
nella sede dell’ONU a New York nel 1997.

2) C. Lubich, La dottrina spirituale, Mondadori, Milano 2001, p. 298.

3) Al prof. Benjamin Barber, Messaggio per la Giornata dell’interdipendenza, Filadelfia, 12 settembre 2003.

4) Mi riferisco alle Cittadelle del Movimento dei Focolari, presenti nelle varie latitudini del mondo (Cf http://www.focolare.org/all-opera/cittadelle/).

 

 

condividi questo articolo

Submit to DeliciousSubmit to DiggSubmit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to StumbleuponSubmit to TechnoratiSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
 co governance

17-20 GENNAIO 2019

Castel Gandolfo

Roma - Italia

Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire l’esplorazione sicura ed efficiente del sito. Chiudendo questo banner, o continuando la navigazione, accetti le nostre modalità per l’uso dei cookie. Nella pagina dell’informativa estesa sono indicate le modalità per negare l’installazione di qualunque cookie.