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Articolo per "Europa" - 23 febbraio 2006

 

di Roberto Della Seta, presidente nazionale Legambiente e Lucia Fronza Crepaz, presidente Movimento politico per l’unità

 

“Un battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un uragano in Texas”. Edward Lorenz, uno dei fondatori della teoria del caos, sintetizzò così più di trent’anni fa la non linearità di molti processi bio-fisici, a cominciare dal clima. Questo che allora sembrava un brillante ma paradossale aforisma, è diventato oggi poco meno che una letterale descrizione dell’interdipendenza che governa le vicende ambientali del pianeta, collegando tra loro fenomeni locali e globali all’apparenza autonomi (un esempio? La deforestazione in Amazzonia aumenta il rischio di alluvioni nel centro dell’Europa).

 

Ma l’interdipendenza non vale soltanto per l’ambiente fisico, è anche una lente indispensabile per guardare dentro i grandi drammi sociali e politici del presente: la povertà, le guerre, il terrorismo, la negazione dei diritti umani, oltre naturalmente al degrado ambientale causato dall’uomo. Per esempio, l’interdipendenza è decisiva per capire come la pubblicazione di vignette che dileggiano il profeta Maometto sul giornale di un piccolo Paese come la Danimarca – “un battito di farfalla” – possa innescare la miccia di un autentico “uragano” nel mondo islamico.

 

Questa consapevolezza, banale ma tutt’altro che scontata, ha spinto quattro associazioni assai diverse – Acli, Legambiente, Movimento politico per l’unità, Comunità di Sant’Egidio – a unirsi per provare a leggere superando stereotipi e semplificazioni, e usando appunto il criterio dell’interdipendenza, le questioni che assillano oggi l’umanità e provare ad agire insieme di conseguenza. Nascono da qui le Giornate dell’Interdipendenza in corso a Montepulciano, con al centro il tema dei rapporti tra “Noi e l’Islam”.

 

Nei primi due giorni protagonisti dell’iniziativa sono, da una parte, cento giornalisti italiani, dall’altra testimoni e protagonisti della realtà islamica: religiosi e laici, che vivono in Paesi musulmani e abitano invece in Occidente, palestinesi e israeliani. Sabato mattina nel convegno conclusivo si discute delle relazioni attuali e di quelle auspicabili tra noi occidentali e le comunità islamiche immigrate, con politici (Casini, Turco, Mantovano, Realacci) e con esponenti di spicco dell’Islam “di casa nostra” come il gran Mufti di Marsiglia Soheib Bencheickh.

 

Se c’è un segno unificante nelle tante tragedie globali succedutesi negli ultimi anni, questo è nella rimozione, da parte di quasi tutti i principali attori in gioco, di un semplice dato di realtà: i processi di globalizzazione aumentano ogni giorno il tasso di interdipendenza dei destini degli uomini, delle comunità, dei popoli che dividono questo nostro pianeta.

 

L’interdipendenza in effetti non è un ideale e tanto meno un’ideologia: è la nostra, presente e futura, condizione umana.

 

Negarla nelle scelte della politica è peggio che un crimine: è un terribile errore, che lascia campo libero alle logiche dell’interdipendenza deteriore, malevola. Quella della povertà che continua ad incombere sulla vita di miliardi di donne e di uomini e ipoteca, però, anche il nostro futuro di popoli ricchi; quella del terrorismo che colpisce con una ferocia ogni giorno più cieca, sicuro che le conseguenze delle proprie azioni giungeranno ad ogni angolo del mondo; quella di una crisi ecologica che dovunque nasca, poi colpisce tutti.

 

Così, anche l’attuale contrapposizione tra Occidente e Islam reca indelebile l’impronta dell’interdipendenza negata.

 

Da una parte e dall’altra: dall’Occidente che in troppe sue espressioni guarda all’Islam come ad un cancro da espellere dal nostro mondo perfetto e protetto (espellere l’Islam dal Mediterraneo: bella trovata!); ma anche da quei settori tutt’altro che marginali della galassia islamica -settori fondamentalisti ma non solo – che reclamano pari dignità e poi negano persino il diritto di esistere ai cristiani di casa loro o agli ebrei di Israele. Interdipendenza, insomma, non vuol dire sacrificare i principi e i valori alla real-politik, se accettata positivamente può diventare addirittura terreno fecondo su cui impostare il dialogo, una effettiva chance per lavorare alla creazione di un comune terreno che non cancelli

 

le rispettive identità, ma le riconduca dentro l’identità comune di donne e uomini che in moltissimi campi hanno interessi, aspirazioni, speranze condivise.

 

Questo è il nostro intento anche nell’affrontare l’analisi dei rapporti con l’Islam:

 

proporla come chiave per imporre il dialogo contro la reciproca scomunica. Questo è il cammino cui vogliamo contribuire con le Giornate di Montepulciano. Per accelerare questo cammino, la società civile può svolgere un ruolo decisivo, e in larga parte già lo svolge. Le associazioni che promuovono questa iniziativa sono impegnate da anni nello sforzo per praticarla, l’interdipendenza: senza rinunciare alle loro radici e differenze, ma consapevoli che lo scambio, la contaminazione tra esperienze, appartenenze, sensibilità è oggi una necessità storica assoluta.

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