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Giornata dell'Interdipendenza 2006

 

Tre giorni con gli operatori dei media.

Interdipendenza e informazione - “Noi e l'Islam”

Dopo la prima Giornata internazionale nel 2003 a Filadelfia (USA), e dopo Roma 2004 e Parigi 2005, l’idea dell’interdipendenza è stata nuovamente al centro di una significativa iniziativa culturale.

Interdipendenza 2007

Tra i relatori del Seminario, personalità di culture
e fedi religiose diverse per un dialgolo 
approfondito sul rapporto tra Europa e Islam

Promotrici dell'evento, le quattro associazioni che a suo tempo avevano sostenuto la II Giornata mondiale svoltasi a Roma: ACLI , Legambiente , Comunità di Sant’Egidio e Movimento politico per l’unità.

La piena riuscita della manifestazione aveva suggerito di dare continuità alla fruttuosa collaborazione, ma soprattutto aveva confermato il significato di “interdipendenza fraterna” come strumento culturale privilegiato per affrontare i temi cruciali della globalizzazione.

Su queste premesse si è delineato il nuovo progetto: questa volta rivolgere la proposta ad un target specifico, gli operatori dei media e approfondire con loro, superando stereotipi e precomprensioni, un soggetto particolarmente attuale e importante: la relazione dell’occidente con il mondo islamico.

Anche se la scelta del tema risaliva a più di un anno fa, l’obiettivo risultava tanto più opportuno di fronte ai fatti delle ultime settimane, espressione di aspetti interlocutori e spesso tragici dell’incontro tra culture religiose e non religiose, proprio nel momento in cui le prime pagine dei giornali davano spazio alle violente proteste e alle provocazioni che hanno fatto seguito alla pubblicazione delle vignette satiriche sull’Islam.

 

Interdipendenza 2007

Quattro le sessioni tematiche:
Islam e terrorismo, guerra, dialogo interreligioso e
questione mediorientale

Tre giorni di lavoro, quindi, dal 23 al 25 febbraio, per 130 partecipanti, in gran parte giovani giornalisti, accolti dalla splendida cornice di Montepulciano, in provincia di Siena, cittadina di epoca medievale che ha offerto uno spazio urbano caratteristico, ricco di storia e di arte. E nel dialogo, la cultura della fraternità si è fatta spazio nel settore strategico dei media. L’interdipendenza, declinata sotto molteplici prospettive, sfidava ciascuno a scegliere l’accoglienza, l’ascolto, il rispetto, la responsabilità reciproca, la ricerca di ciò che unisce, il perdono. Più di uno ha parlato di una vera e propria scuola di formazione e c’è stato chi ha detto di ritrovare le ragioni del suo impegno professionale.

La novità è passata attraverso gli interventi dei promotori, di personalità qualificate del giornalismo e della cultura in Italia, dei relatori musulmani (vari avevano un contatto personale con il Movimento dei Focolari nei Paesi del Medio Oriente), che hanno saputo mostrare della civiltà islamica anche alcuni aspetti meno conosciuti: la sua fisionomia plurale, le distorsioni che ne deformano la missione spirituale, la sua esigenza interna di riforma. Hanno avuto specifico rilievo, inoltre, le cosiddette “buone pratiche” presentate da chi si sta già misurando sul campo con l’esercizio della convivenza nel rispetto della diversità.

Interdipendenza 2007

Presenti circa 130 giornalisti della carta stampata,
radio, TV, internet

Anche NetOne , la rete degli operatori della comunicazione che si ispira al carisma dell’unità, ha dato un contributo essenziale, fin dalla preparazione delle quattro sessioni tematiche del Seminario, centrate su terrorismo, guerra, dialogo interreligioso e questione mediorientale.

Il primo frutto del Seminario è stato anzitutto un profondo clima di apertura e di rispetto reciproco: tra i giornalisti, tanti hanno chiesto di ritrovarsi e “fare rete”, per approfondire il nuovo “paradigma di convivenza” proposto in quei giorni.

La notizia del Seminario è circolata ampiamente, in particolare su internet, dove numerosi pezzi hanno parlato della giornata conclusiva in cui il Seminario ha aperto le porte al pubblico (400 persone), tra cui i ragazzi delle scuole superiori di Montepulciano.

Nella tavola rotonda conclusiva con 4 parlamentari, Alfredo Mantovano (AN), Francesco D'Onofrio (UDC), Livia Turco (DS) e Lapo Pistelli (europarlamentare, Margherita), è venuto in evidenza un clima inusuale, e tanto più nel quadro della difficile campagna elettorale in corso in Italia: ha prevalso la ricerca di ciò che si può condividere e fare concretamente, insieme, sul tema scottante dell’immigrazione in Europa. Una conferma della funzione specifica della politica, quando opera secondo il proprio DNA di legame tra le realtà sociali, chiamata a comporre la diversità delle visioni e degli interessi.

Il Seminario si è chiuso con la presentazione di un Appello per un’informazione indipendente e interdipendente”, per chiedere agli operatori dei media di introdurre il criterio della complessità e del dialogo nell’esercizio di una professione in cui spesso prevalgono le semplificazioni e la contrapposizione.

"La stella polare di queste Giornate - è stato detto dai promotori - è il valore della fraternità, un termine quasi dimenticato che oggi può divenire il principio ricostruttivo di un orizzonte politico globale". Una nuova grammatica dell’informazione potrà offrire opportunità e strumenti ancora inediti al servizio di una convivenza più matura e fraterna tra popoli e culture.

Appello per un'informazione interdipendente

 

 

 

 

Davanti ai recenti fatti riguardanti le vignette satiriche sull’Islam, le associazioni promotrici delle Giornate dell’Interdipendenza ACLI, Legambiente, Movimento politico per l’unità e Comunità di Sant’Egidio lanciano un appello per un’alleanza tra media e società civile per un’informazione interdipendente, del rispetto reciproco e della convivenza.

 

Il sistema mediatico, in sé già profondamente segnato dall’interdipendenza dell’interconnessione e dei flussi globali della notizia, è chiamato a notiziare sempre di più l’interdipendenza fuori di sé , dando conto delle reciproche dipendenze economiche, finanziarie, sociali, ambientali, culturali e politiche tra le persone, i popoli e gli stati.

 

In primo luogo perché l’interdipendenza costituisce oggi un dato fattuale e distintivo della realtà su scala sia locale che globale, di cui l’informazione non può non tenere conto per rispondere ai requisiti essenziali di correttezza, completezza, comprensibilità, obiettività e veridicità del giornalismo.

 

In secondo luogo perché l’interdipendenza si propone come principio etico fondante per un “giornalismo della convivenza”. Anche gli operatori dei media, in quanto parte viva e strategica di una comunità, hanno il diritto e la responsabilità di contribuire significativamente al raggiungimento degli obiettivi globali per il Terzo Millennio.

 

Su questa base, le quattro associazioni promotrici delle Giornate dell’Interdipendenza propongono al mondo dell’informazione di avviare un percorso comune per contribuire al superamento dei limiti di autoreferenzialità, provincialismo, standardizzazione, spettacolarizzazione del dolore e del conflitto, che troppo spesso caratterizzano i linguaggi e i contenuti della comunicazione, lavorando insieme in un’ ottica di corresponsabilità.

 

Tale prospettiva non può prescindere da una forte riaffermazione della libertà d’informare e dell’indipendenza di chi informa come valori universali e irrinunciabili e come doverose pratiche concrete. Promuovere un’informazione interdipendente non significa solo richiamare i media ad una maggiore responsabilità, ma anche riconquistare spazi per un’informazione più indipendente. Queste istanze, infatti, più volte e in vario modo espresse dalla società civile, non hanno trovato sempre adeguata rispondenza nello stile della comunicazione, nel menu dei palinsesti e nella selezione delle notizie. Ciò accade anche per motivi imputabili alle esigenze del media-logic, alla tirannia degli ascolti e al sistema della pubblicità, combinati con interessi economici e pressioni politiche che costituiscono innegabili condizionamenti per la libertà dell’informazione e per l’autonomia dei giornalisti.

 

Chiediamo pertanto al mondo dell’informazione di assumere con noi 10 impegni precisi:

 

  1. offrire ai cittadini strumenti per leggere ‘leggere’ e ‘interpretare’ in modo libero e critico i nuovi processi locali e mondiali legati alla globalizzazione, così contribuendo a costruire un circuito virtuoso tra il vedere, il capire e l’agire;
  2. condannare esplicitamente ogni forma di violenza e di terrore ed evitare di alimentare la logica della vendetta, informando di più e meglio sulla realtà del dolore come dimensione comune a tutte le vittime di tutti i conflitti”.
  3. evitare di fomentare odii ed ostilità ed evidenziare tutti gli sforzi che quotidianamente si fanno per la mediazione pacifica dei conflitti, il superamento delle ferite storiche, la riconciliazione tra i popoli;
  4. combattere la formazione dei pregiudizi, delle pre-comprensioni e degli stereotipi sull’ ”altro”, sia esso l’arabo, l’islamico, l’ebreo, o il cristiano; offrendo al pubblico quelle informazioni che permettono la conoscenza reciproca ed il superamento della paura che è spesso alla base di quegli atteggiamenti di chiusura che impediscono l’accoglienza e l’integrazione;
  5. estromettere anche dai linguaggi della comunicazione l’offesa, la derisione, lo svilimento delle diverse culture, delle diverse tradizioni religiose, delle scelte etiche e dei comportamenti individuali, recuperando anzitutto il valore del rispetto reciproco;
  6. promuovere la valorizzazione delle diverse identità etniche, nazionali, culturali, religiose, ed operare per favorire relazioni positive di reciproca comprensione, di dialogo, di partnership tra i popoli e gli stati;
  7. denunciare e condannare ogni violazione dei diritti umani, civili, sociali delle persone e delle comunità, da chiunque e per qualunque scopo perpetrata;
  8. contribuire, attraverso la maggiore sensibilizzazione possibile, a combattere ogni forma di povertà e a far crescere un welfare globale del benessere e della salute per tutti, per un modello di sviluppo integrale;
  9. accrescere ed affinare l’informazione sui problemi ambientali legati all’inquinamento, alla dissipazione delle risorse, alla necessità di uno sviluppo sostenibile;
  10. sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza, ai fini d’impedire un “collasso ecologico” dell’umanità, di trasformare i modelli energetici privilegiando le fonti pulite e rinnovabili rispetto a quelle fossili e al nucleare, e di aprire maggiormente la scienza e la ricerca al principio di precauzione.

 

Per concretizzare tali impegni le nostre associazioni offrono la propria disponibilità e allo stesso chiedono a tutte le testate giornalistiche – pubbliche e private -stampa, radio, tv e internet di collaborare con associazioni, organizzazioni di categoria, università e imprese alla costituzione di un laboratorio per il giornalismo interdipendente che, con il contributo stabile di rappresentanti qualificati delle diverse comunità nazionali, culture e tradizioni religiose presenti in Italia, lavori per:

 

  • aggiornare alla luce dell’interdipendenza i criteri di notiziabilità;
  • organizzare corsi di formazione per i professionisti dei media;
  • creare una banca delle storie e una rete degli esperti;
  • co-ideare spazi informativi, rubriche, format e programmi nell’ottica dell’interdipendenza.

 

Saluto Assessore Regione Toscana


Assessore alla Cooperazione internazionale,
perdono e riconciliazione fra i popoli

 

Firenze, 21 febbraio 2006

 

Gent.ma Lucia Crepaz
Presidente Centro Internazionale Movimento Politico per l’Unità
per il Comitato promotore “Giornate dell’Interdipendenza 2006”

 

Carissima Lucia,

vorrei mandare attraverso di te un messaggio di amicizia ai partecipanti alle giornate dell’Interdipendenza di Montepulciano. Le cronache penose di questi giorni rendono ancora più attuale il tema di quest’anno “L’Islam e noi”.

Ma dal mio punto di vista c’e’ un altro motivo che rende importante questo tema, che non e’ solamente parlare di altri (l’Islam), ma e’ parlare innanzi tutto di noi stessi, delle nostre paure e dei nostri fallimenti.

Quest’anno ricorrono i dieci anni del sequestro dei sette monaci del monastero algerino di Tibhirine e della loro uccisione da parte del terrorismo islamista. Potremmo dire in modo più corretto del loro martirio.

Quel martirio si e’ collocato nel martirio del popolo musulmano di Algeria, che in dieci anni ha avuto centomila vittime. La nostra disattenzione, la superficialità e il politicismo ecclesiastico con cui molti allora si mossero pesa ancora oggi nella comprensione dei molti modi di vivere l’Islam che attraversano i paesi arabi e della nostra capacità di dialogo, di confronto, di incontro.

Il dialogo con l’Islam e tra le famiglie che discendono dal ceppo di Abramo e’ possibile partendo dalle vittime, da tutte le vittime, che nel loro patire e morire domandano pace, perdono e riconciliazione.

Solo chi ascolta il grido muto delle vittime e’ capace di ascoltare l’altro in tutta la sua profondità e differenza. Solo chi si inginocchia davanti a loro e’ capace davvero di riconoscere e di testimoniare la misericordia del Dio unico. Solo le vittime rivelano il volto del Dio unico, misericordioso e compassionevole.

L’alternativa alle vittime e’ l’idolatria, e’ il fondamentalismo, e’ la violenza, e’ il fanatismo, che spesso troviamo, anche se espresso in modi diversi, in credenti delle tre religioni monoteiste, che segnano il mare mediterraneo.

Il dialogo parte dall’ascolto e in questo caso l’ascolto e’ prima di tutto e soprattutto l’ascolto delle vittime. Si fonda qui il nostro rifiuto mite e radicale al terrorismo e all’uso politico del nome di Dio, che sempre genera violenza.

Queste giornate sono oggi e domani assolutamente necessarie e rappresentano un seme di pace nel tempo della guerra e dei conflitti. La Regione Toscana e’ partecipe di queste giornate e vuole camminare con chi non si arrende alla cultura dell’inimicizia, che rende sempre piu’ barbaro chi la professa.

Cordialmente,
Prof. Massimo Toschi

 

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"Noi e l'Islam"

 


Articolo per "Europa" - 23 febbraio 2006

 

di Roberto Della Seta, presidente nazionale Legambiente e Lucia Fronza Crepaz, presidente Movimento politico per l’unità

 

“Un battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un uragano in Texas”. Edward Lorenz, uno dei fondatori della teoria del caos, sintetizzò così più di trent’anni fa la non linearità di molti processi bio-fisici, a cominciare dal clima. Questo che allora sembrava un brillante ma paradossale aforisma, è diventato oggi poco meno che una letterale descrizione dell’interdipendenza che governa le vicende ambientali del pianeta, collegando tra loro fenomeni locali e globali all’apparenza autonomi (un esempio? La deforestazione in Amazzonia aumenta il rischio di alluvioni nel centro dell’Europa).

 

Ma l’interdipendenza non vale soltanto per l’ambiente fisico, è anche una lente indispensabile per guardare dentro i grandi drammi sociali e politici del presente: la povertà, le guerre, il terrorismo, la negazione dei diritti umani, oltre naturalmente al degrado ambientale causato dall’uomo. Per esempio, l’interdipendenza è decisiva per capire come la pubblicazione di vignette che dileggiano il profeta Maometto sul giornale di un piccolo Paese come la Danimarca – “un battito di farfalla” – possa innescare la miccia di un autentico “uragano” nel mondo islamico.

 

Questa consapevolezza, banale ma tutt’altro che scontata, ha spinto quattro associazioni assai diverse – Acli, Legambiente, Movimento politico per l’unità, Comunità di Sant’Egidio – a unirsi per provare a leggere superando stereotipi e semplificazioni, e usando appunto il criterio dell’interdipendenza, le questioni che assillano oggi l’umanità e provare ad agire insieme di conseguenza. Nascono da qui le Giornate dell’Interdipendenza in corso a Montepulciano, con al centro il tema dei rapporti tra “Noi e l’Islam”.

 

Nei primi due giorni protagonisti dell’iniziativa sono, da una parte, cento giornalisti italiani, dall’altra testimoni e protagonisti della realtà islamica: religiosi e laici, che vivono in Paesi musulmani e abitano invece in Occidente, palestinesi e israeliani. Sabato mattina nel convegno conclusivo si discute delle relazioni attuali e di quelle auspicabili tra noi occidentali e le comunità islamiche immigrate, con politici (Casini, Turco, Mantovano, Realacci) e con esponenti di spicco dell’Islam “di casa nostra” come il gran Mufti di Marsiglia Soheib Bencheickh.

 

Se c’è un segno unificante nelle tante tragedie globali succedutesi negli ultimi anni, questo è nella rimozione, da parte di quasi tutti i principali attori in gioco, di un semplice dato di realtà: i processi di globalizzazione aumentano ogni giorno il tasso di interdipendenza dei destini degli uomini, delle comunità, dei popoli che dividono questo nostro pianeta.

 

L’interdipendenza in effetti non è un ideale e tanto meno un’ideologia: è la nostra, presente e futura, condizione umana.

 

Negarla nelle scelte della politica è peggio che un crimine: è un terribile errore, che lascia campo libero alle logiche dell’interdipendenza deteriore, malevola. Quella della povertà che continua ad incombere sulla vita di miliardi di donne e di uomini e ipoteca, però, anche il nostro futuro di popoli ricchi; quella del terrorismo che colpisce con una ferocia ogni giorno più cieca, sicuro che le conseguenze delle proprie azioni giungeranno ad ogni angolo del mondo; quella di una crisi ecologica che dovunque nasca, poi colpisce tutti.

 

Così, anche l’attuale contrapposizione tra Occidente e Islam reca indelebile l’impronta dell’interdipendenza negata.

 

Da una parte e dall’altra: dall’Occidente che in troppe sue espressioni guarda all’Islam come ad un cancro da espellere dal nostro mondo perfetto e protetto (espellere l’Islam dal Mediterraneo: bella trovata!); ma anche da quei settori tutt’altro che marginali della galassia islamica -settori fondamentalisti ma non solo – che reclamano pari dignità e poi negano persino il diritto di esistere ai cristiani di casa loro o agli ebrei di Israele. Interdipendenza, insomma, non vuol dire sacrificare i principi e i valori alla real-politik, se accettata positivamente può diventare addirittura terreno fecondo su cui impostare il dialogo, una effettiva chance per lavorare alla creazione di un comune terreno che non cancelli

 

le rispettive identità, ma le riconduca dentro l’identità comune di donne e uomini che in moltissimi campi hanno interessi, aspirazioni, speranze condivise.

 

Questo è il nostro intento anche nell’affrontare l’analisi dei rapporti con l’Islam:

 

proporla come chiave per imporre il dialogo contro la reciproca scomunica. Questo è il cammino cui vogliamo contribuire con le Giornate di Montepulciano. Per accelerare questo cammino, la società civile può svolgere un ruolo decisivo, e in larga parte già lo svolge. Le associazioni che promuovono questa iniziativa sono impegnate da anni nello sforzo per praticarla, l’interdipendenza: senza rinunciare alle loro radici e differenze, ma consapevoli che lo scambio, la contaminazione tra esperienze, appartenenze, sensibilità è oggi una necessità storica assoluta.

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