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Opinioni

Nell’era della “grande trasformazione” occorre una grande disponibilità delle forze politiche ad avviare un serio dibattito sulle storture e sulle anomalie di un sistema che produce disoccupazione ed esclusione sociale.

La ripresa economica non ferma la povertà in Italia. Le famiglie in indigenza assoluta nel 2017 sono salite a 1,8 milioni, rileva l’Istat. È il dato più alto dal 2005.  Si riapre il dibattito sul reddito di inclusione e sul reddito di cittadinanza. L’Italia ha da poco una misura generale di lotta contro la povertà, il Rei, Reddito di inclusione, con ritardo colpevole rispetto ad altri paesi dell’Unione europea.

Nella campagna elettorale che si è conclusa il 4 marzo, i partiti politici hanno presentato proposte sensibilmente divergenti. Occorre ora collaborare perché il nuovo Governo ed il Parlamento appena eletto trovino la massima condivisione possibile per rafforzare una misura efficace di contrasto alla povertà.

L’Italia ha, secondo le stime europee, 17,5 milioni di persone a rischio povertà assoluta o relativa. Una vera bomba sociale. Ogni dodici italiani, 1 non è in grado di vivere una vita umanamente dignitosa, secondo l’Istat.

La crisi epocale 2008-2018 ha fatto aumentare di due volte e mezzo tale stima, mentre il sistema assistenziale non è stato all’altezza del fenomeno. Il reddito di inclusione, Rei, dei Governi Renzi e Gentiloni entra in competizione con il reddito di cittadinanza del M5S e con il reddito di dignità di Fi. Una misura esclude l’altra o è possibile procedere per addizioni e non per sottrazioni, senza distruggere quanto fatto finora?

Rimane l’esigenza di uno strumento di contrasto alla povertà realmente efficace. Si tratta di raggiungere la gran parte dei destinatari. Tutti i Paesi stanno muovendosi in direzione dell’attivazione delle capabilities dei destinatari con progetti personalizzati di progressivo reinserimento nel mercato del lavoro. Occorre uscire dalla trappola della povertà e dalla inattività superando il mero assistenzialismo e le “trappole nascoste” dei mini Jobs sottopagati che incrementano l’esercito dei working poor.

Il pubblico ed il terzo settore devono garantire almeno un reddito minimo con un vasto impiego dei lavoratori nella valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e ambientale, cofinanziati dalle politiche di welfare e dalle politiche di settore con fondi europei. Esempi di tali attività sono i custodi dei musei e nelle aree archeologiche, i commessi nelle biblioteche, i custodi e gli operatori ambientali in parchi e giardini pubblici e nella manutenzione dei fiumi, etc.

Si tratta cioè di riconoscere la dignità del beneficiario, e non della beneficienza, assieme all’inclusione sociale e alla rivitalizzazione di grandi risorse del patrimonio nazionale. Di conseguenza diventa accettabile socialmente una misura di lotta all’indigenza da molte prospettive politiche. Ma ciò presuppone una riforma dei Centri per l’impiego.

Nel nostro Paese circa 2 milioni e 200 mila ragazzi non studiano, non lavorano né seguono una formazione. L’allarme lanciato dall’Istituto Toniolo ci dice che sono il 24,3 per cento della popolazione nella fascia 15-29 anni. Un tasso molto più alto della media dell’Ue.

Il programma «Garanzia Giovani» non ha dato i risultati sperati. Urge una riforma dei centri per l’impiego. Questi sono utili e da potenziare anche se non sono la panacea. Il problema principale resta quello della quantità e qualità dei posti di lavoro. Abbiamo parlato molto di contratti, Jobs Act, articolo 18, ma questo non è tutto. Oggi torna al centro dell’attenzione il tema delle politiche attive del lavoro e dei centri per l’impiego, come evidenzia Leonardo Becchetti su Avvenire.

Va superata l’asimmetria informativa per avere tutte le notizie necessarie per trovare un posto di lavoro, per favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro attraverso più personale e procedure informatiche. È bene utilizzare strumenti come l’apprendistato. Il vero problema è la vivacità del mercato del lavoro locale e nazionale. Su questo i Centri per l’impiego possono poco perché le opportunità non sono le stesse nelle diverse aree. Possono intervenire invece sul divario tra competenze e professionalità richieste nei posti di lavoro vacanti e gli aspiranti lavoratori.

Si tratta di organizzare in tempi rapidi momenti di formazione per colmare il divario. Di fronte a lavori rifiutati per salari di riserva, aspettative troppo alte e redditi di inclusione, sono da potenziare i Centri per l’impiego come strumento essenziale di politiche attive del lavoro. Ora è necessario fare un viaggio nel cuore nero del mercato del lavoro italiano per capirne le sofferenze e la complessità in vista di riforme strutturali.

Al di là del reddito di cittadinanza, tutte le forze politiche hanno inserito nei loro programmi misure di protezione per i ceti più deboli. Dobbiamo ora creare una nuova relazione tra integrazione e crescita per uscire dalle trappole della povertà.

Siamo dentro una “grande trasformazione”, afferma Mauro Magatti,  che avrà effetti importanti sui modi e sui tempi di lavoro. Il cambiamento dovrà essere governato ed accompagnato con intelligenza, creatività e dialogo tra le forze politiche e sociali.

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