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Opinioni

di Cristina Montoya

Fonte: Città Nuova

Un commento sul primo turno delle elezioni colombiane che conosceranno il 17 giugno il secondo turno, e quindi il nome del nuovo presidente. Luci e ombre da un Paese dilaniato da più di mezzo secolo di guerra

Perplessità, sgomento, paura, e gioia in alcuni settori, sono forse le emozioni che prevalgono nel popolo colombiano dopo che son passati alcuni giorni delle elezioni presidenziali, avvenute il 27 maggio, in cui nessuno dei candidati ha raggiunto la maggioranza richiesta. Con un occhio semplice si direbbe che ha vinto la polarizzazione più acuta.

Ora il Paese si prepara ad un secondo giro elettorale che avverrà il 17 giugno e dinanzi al quale si ha l’impressione che ogni passo possa essere un errore. Il fatto è che queste sono state le prime elezioni presidenziali dopo la firma del trattato di pace con le Farc-Ep e si sperava nell’emergere di una proposta politica capace di trainare il Paese verso un’altra e definitiva riva, dove una pace positiva potesse avere un luogo per essere costruita e maturare.

Questa giornata elettorale ha avuto non poche novità: era la prima volta in cui le Farc-Ep partecipavano ad una elezione presidenziale come attore politico e non come attore armato. La presenza di cinque candidati e un movimento che promuoveva il voto in bianco, per un totale di sei possibilità di scelta, offriva una pluralità nuova nello scenario colombiano, evidenziando il tramonto, o il carattere obsoleto dei partiti tradizionali che hanno perso ogni forma di credibilità e rappresentatività, raggiungendo minimi storici sorprendenti. Nuovo anche il ruolo delle reti sociali; i tre candidati che vi sono stati più presenti hanno fatto la differenza.

Per la prima volta in Colombia si considera seriamente la possibilità di un governo di sinistra, che ancora si rivolge alle folle in piazza in termini di lotta di classe e di espropriazione e che nonostante abbia una profonda assonanza con timbri “castro-chavisti”, riscuote adesioni forti e crescenti, manifestando la saturazione e l’apatia del popolo dinanzi alla politica tradizionale. Gustavo Petro, capo di questo partito e riconosciuto ex-guerrigliero, ha conquistato infatti un 25% della votazione totale, in confronto ad esempio col tradizionale partito liberale che ha raggiunto appena il 2.2%. È indicativo ad esempio che Petro abbia raggiunto una grande maggioranza nelle regioni più colpite dalla violenza o dalla corruzione, come Guajirá, Atlantico e Chocó.

La polarizzazione davanti a questo colpo a sinistra, è data dall’adesione (39% su un totale di 19.336.134 voti) a Ivan Duque, candidato del Centro Democratico, che pur definendosi di centro, rappresenta la destra e l’estrema destra, e tutte le forze collegate al già presidente Alvaro Uribe, quelli del “no” al processo di pace.

Due sono state le grandi conquiste di queste elezioni: dal periodo che è stato denominato “Frente Nacional” (1958-1974), queste ultime hanno registrato il più alto indice di partecipazione; in un Paese dove l’astensione è stata quasi del 60%, questa volta ad arrivare ai seggi sono stati il 53% dei possibili votanti, che in totale sono 36 milioni. La seconda è stata la maturazione di una nuova cultura politica evidenziata soprattutto nei giovani che vedono nell’educazione una via per la ricostruzione del Paese e la lotta contro la corruzione, e che si è manifestata nell’adesione alla “Coalizione Colombia”, guidata da Sergio Fajardo, già sindaco di Medellin; che ha ottenuto un 23,7% di consensi in diverse città importanti, ad esempio Bogotá, distretto capitale. E la terza è il protagonismo delle reti sociali.

Due elementi destano tuttavia perplessità in questo momento: un crescente legame del voto con le convinzioni religiose, stimolando nuove forme di tribalismi e l’esasperazione che alcuni media stanno facendo del forte contrasto tra i due candidati che si presentano al ballottaggio.

Anche se i più di 3 mila incaricati dalla Missione di osservazione elettorale e i più semplici cittadini possono attestare la grande normalità in cui si è svolta la giornata, segno di una maturità democratica, resta chiaro che le istituzioni costituiscono l’asse portante di una repubblica, ma non possono sostituire la cittadinanza, unica che può costruire quel tessuto, quella relazione che la mantiene legata e la fa andare avanti.

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