Carneficina a Gaza, mentre si inaugura la nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme. Dove mai può condurre l’odio reiterato se non alla catastrofe? Servono parole radicali (nel bene)

41 palestinesi uccisi e 1600 feriti. Ecco i numeri della tragedia oggi a Gaza che tocca anche alcuni bambini, mentre si inaugura l’ambasciata statunitense a  Gerusalemme. E si fa memoria del settantesimo della nascita dello stato di Israele, mentre i palestinesi preparavano la grande marcia del ritorno, in una sovrapposizione che annunciava il sangue di oggi.

Sono stato a Gaza, sono stato al valico di Heretz, ho parlato con i bambini palestinesi di Gaza, con le loro mamme, i loro parenti. Sono andato tre mesi dopo la guerra del dicembre 2008, sono andato a visitare e a parlare ai bambini e ai loro genitori. Ho sempre detto parole di riconciliazione e di dialogo, non parole contro, non parole polemiche.

Nel momento in cui tutto si incendia sono necessarie le parole contro ogni fanatismo e fondamentalismo. Quando tutto precipita, le parole diventano decisive e sono necessarie parole che non alimentino la guerra e la violenza.

La gente di Gaza è prigioniera di due estremismi: quello israeliano (quando si fanno 1.600 feriti che c’è da dire ancora?) che vuole imporre con la forza e non con il dialogo una soluzione che appare l’unica possibile, prima della catastrofe, e quello palestinese radicale di Hamas, che usa i palestinesi contro ogni soluzione di dialogo e di pace.

Qual è il disegno che punta a fare di Gaza un luogo in cui si vive lo scialo di morte? Dobbiamo costruire un nuovo dialogo tra palestinesi e israeliani, uscendo dal meccanismo dell’odio per arrivare al meccanismo della riconciliazione, capace di unire ciò che il sangue e la violenza hanno diviso.

Sono stato in casa di israeliani e palestinesi, i cui figli erano stati uccisi da chi si trovava dall’altra parte della barricata. È stato possibile parlare di pace, di mitezza, di incontro, di condivisione. Abbiamo capito insieme che la vita dell’altro era più importante della nostra, abbiamo capito che la via della pace passava dalla vita e dalla cura di un altro bambino che chiedeva speranza e futuro.

Questo è avvenuto nelle corsie degli ospedali, palestinesi e israeliani: genitori con i figli si mischiavano, i genitori e i figli israeliani e palestinesi si mescolavano, nella convinzione che l’odio non guarisce ma uccide.

Penso che innanzi tutto il primo ministro israeliano debba chiedere perdono per quello che è accaduto quest’oggi. Un gesto unilaterale di perdono, che liberi dall’odio e dal conflitto, che esca dalla cultura dei muscoli, per ascoltare il pianto di Rachele, che piange i suoi figli.

I palestinesi devono aiutare i loro figli a liberarsi dall’odio, da un conflitto che sembra essere per sempre, e devono fare una costituzione, come fondamento come pietra angolare per un nuovo Stato palestinese capace di dialogare con Israele.

Sbaglia Israele, puntando a rompere il Medio Oriente e a far esplodere la guerra, in un’area di assoluta delicatezza. La scelta di minacciare l’Iran con il sostegno di Trump e di arrivare anche ad un conflitto non solo dichiarato ma compiuto, è una scelta disperata, che avrà conseguenze di misura incalcolabile.

Il futuro dei bambini israeliani sta in quello dei bambini palestinese e viceversa. Non ci sono scorciatoie. Per questo la parola del perdono è una parola potente e in un certo senso definitiva, senza se e senza ma. Solo i luoghi del dolore sono capaci di trasformare la morte in vita. E l’odio in un amore senza prezzo.