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Opinioni

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 1 aprile 2018

 

I leader e le guerre – La democrazia non può fondarsi sull’emozione

 

Pasqua è festa di pace ma non sembra che questo sia oggi il sentimento dominante. Abbiamo guerre dappertutto e ne abbiamo di tutti i tipi. Guerre combattute con le armi e guerre commerciali: siamo entrati in una fase di equilibri instabili e di un futuro imprevedibile. Le guerre cominciate non finiscono mai. Il conflitto afghano, nelle sue diverse espressioni e con diversi protagonisti, dura da decenni. La guerra in Iraq è iniziata nel 2003, proprio quindici anni fa, ed il paese sta ancora cercando un suo equilibrio. In Libia si combatte da sette anni e la pace é  lontana. Le tensioni sul fronte Ucraino non trovano alcuna soluzione. Eppure si tratta di conflitti che, quando sono cominciati, erano previsti brevi e di dimensione limitata. Coloro che hanno iniziato le guerre in Iraq e in Libia erano assolutamente convinti di chiuderle in poche settimane.

Se non si pensa alle loro conseguenze, le guerre non finiscono mai.

Nella politica tradizionale erano soprattutto i militari a preferire le soluzioni conflittuali. Oggi stiamo assistendo ad un inatteso cambiamento: proprio coloro che hanno esperienza delle cose militari e della realtà dei conflitti spingono i politici alla prudenza. Si rovesciano cioè le tradizionali posizioni che vedevano i leader politici più riluttanti ad entrare in conflitto rispetto ai responsabili militari. Questo cambiamento si è accentuato negli ultimi tempi, da quando sono arrivati al vertice dei governi persone che non avevano mai avuto esperienza diretta della guerra e delle sue conseguenze. Non è un caso che Bush senior, che aveva personalmente vissuto la guerra, abbia arrestato l’allargamento del conflitto Iracheno mentre Bush junior l’abbia proseguito fino alla catastrofe. E nemmeno è un caso che Clinton si sia spinto nei Balcani più avanti di quanto non lo consigliavano i suoi consiglieri militari e che i leader francesi e inglesi abbiano sottovalutato così pesantemente la dimensione dell’impegno militare in Libia.

La pressione dell’opinione pubblica, trascinata dall’orgoglio nazionale o dall’idea di essere depositari di missioni universali, spinge sempre più spesso i leader politici a soluzioni più muscolari rispetto a coloro che, avendo avuto diretta esperienza della guerra, sanno bene come la realtà sia complessa e debba essere affrontata con una prudenza maggiore di quella in possesso dei comuni cittadini, l’emozione dei quali viene troppo spesso fatta propria dai leader politici.

È chiaro che questa tendenza, come tutte le tendenze, è soggetta ad eccezioni ma sembra andare in questa direzione anche la nomina di John Bolton a Consigliere Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Egli è  infatti assai più incline all’obbedienza nei confronti del Presidente Trump e dei suoi sostenitori rispetto alle più articolate posizioni del suo predecessore, il generale McMaster, fornito di conoscenza diretta delle cose militari.

I nuovi strumenti di formazione, informazione e disinformazione dell’opinione pubblica e le loro conseguenze sulle decisioni politiche sembrano oggi rovesciare il vecchio detto che la guerra sia una cosa troppo seria per lasciarla fare ai militari. Essa è oggi una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani di leader che guardano ai loro interessi di politica interna e non alle conseguenze ultime dei conflitti.

A una conclusione simile si giunge riflettendo sulle guerre commerciali.

Il protezionismo non è certo cosa nuova nella prassi dei Presidenti americani. Se andiamo indietro nel tempo sono più i presidenti del “Buy American” che i sostenitori del libero scambio. Il protezionismo era tuttavia tradizionalmente frutto delle pressioni degli imprenditori sul governo mentre oggi è la conseguenza delle paure dell’opinione pubblica di fronte al rischio della perdita dei posti di lavoro. Il mondo degli affari, rovesciando le antiche posizioni, è invece prevalentemente preoccupato del fatto che una guerra commerciale possa portare al crollo dell’intero sistema economico. La pur giustificata emozione per un pur importantissimo problema come la disoccupazione spinge il mondo politico a tentare di risolverlo non con efficaci strumenti specifici ma con una guerra commerciale che, fatalmente, finisce col danneggiare tutti.

Sia chiaro che non voglio affatto concludere che le decisioni politiche debbano essere lasciate nelle mani dei militari o degli uomini d’affari. Le decisioni politiche debbono restare saldamente nelle mani di coloro che sono stati democraticamente eletti. Voglio semplicemente sottolineare che l’interesse generale non può essere interpretato e fatto proprio dal prevalere di emozioni e obiettivi di breve periodo. La democrazia non può fondarsi sull’emozione, anche se l’emozione è così importante per gli interessi personali dei politici.  La democrazia sopravvive solo se è capace di affrontare e risolvere i problemi del futuro della comunità nazionale e internazionale.

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