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Opinioni

di Alberto Barlocci

9 aprile 2018
Fonte: Città Nuova

L’ex presidente alla fine si è consegnato alla giustizia per cominciare a scontare i 12 anni di carcere inflittigli per corruzione. A ottobre ci saranno nuove elezioni

Inácio Lula da Silva non ha studi nel suo curriculum, né superiori né universitari, ma è un politico abilissimo che avrebbe molto da insegnare a tanti suoi colleghi di tutto il mondo. Sapeva che evitare di sottomettersi alla giustizia, per scontare la pena a 12 anni inflittagli in sede di appello per corruzione passiva e riciclaggio di denaro, avrebbe potuto avere serie conseguenze. Prima di tutto sul piano della sicurezza pubblica. Con centinaia di suoi sostenitori riuniti attorno alla sede storica del sindacato dei metalmeccanici dove si era rifugiato venerdì scorso, il gesto di un esaltato avrebbe potuto tingere di lutto un momento di lotta politica. Pensare di continuare da evaso, lo avrebbe esposto all’incongruenza di un ex presidente che difende lo stato di diritto ribellandosi a una sentenza di secondo grado.

Lula ha allungato al massimo possibile la sua resistenza al mandato di arresto emesso dal giudice Sergio Moro, ha lasciato in sospeso un intero Paese per due intense giornate, ha colto l’occasione per ribadire con energia che è vittima di una ingiustizia (non ci sarebbero prove ma solo indizi e illazioni dei giudici) e ha arringato i suoi seguitori a continuare nella lotta politica per vincere le elezioni di ottobre, con lo slogan: “Ci sono milioni di Lula”. Ma alla fine, ha preso la decisione che il buon senso consigliava e si è consegnato alla giustizia, per essere poi trasferito nella cella che lo attendeva nel carcere di Curitiba.

Non tutto è perduto per l’ex presidente. Esistono ancora due istanze per poter impugnare la condanna, quello del Tribunale superiore di giustizia e quello del Tribunale supremo federale. Lo stesso che mercoledì scorso ha rigettato il suo habeas corpus per evitare che la condanna fosse eseguita. Il massimo organo della giustizia brasiliana ha deciso, con 6 voti contro 5, che doveva applicarsi il criterio stabilito dal proprio Tribunale supremo nel 2016, di cominciare cioè a scontare la pena nel caso di condanne in appello. Per la maggioranza dei giudici, Lula non poteva pretendere di essere un’eccezione. Per i magistrati in minoranza, invece, si commette un arbitrio spedendo in carcere una persona prima che la sentenza passi definitivamente in giudicato. E su questo punto, ci saranno sempre due intere biblioteche, una a favore e l’altra contro.

Dove invece si sono meno dubbi è sulla norma elettorale che stabilisce la non presentabilità di candidati che hanno debiti con la giustizia. E questo lo lascerà fuori – se non emergeranno fatti nuovi – dalle prossime elezioni di ottobre, in vista delle quali Lula si presentava come candidato favorito, raccogliendo secondo i sondaggi intorno al 36% delle intenzioni di voto. A nessuno è sfuggito che era questa la posta in gioco per il suo partito, il Pt, che con Lula perde forse l’unico cavallo di razza capace di far sognare ai suoi votanti di poter recuperare gli anni in cui 20 milioni di concittadini avevano smesso di essere poveri e in cui – caso più unico che raro – la classe media si era allargata. In tal senso, il Paese è diviso grosso modo in terzi: uno che crede all’ex sindacalista, uno che lo osteggia con veemenza e un ultimo terzo di incerti in una zona grigia ancora indefinita.

Tra coloro che lo osteggiano ci sono figure come Jair Bolsonaro, aspirante candidato alla presidenza di una destra nostalgica dell’ultima dittatura militare che cela la propria povertà di idee dietro un fondamentalismo evangelico che pure ottiene i dividendi di un populismo facilone, ma che raccoglie “solo” il 20% delle intenzioni di voto. Bisognerà vedere in che modo nei prossimi mesi lo scenario politico prenderà nuova forma.

Marina Silva, forse una delle figure più autentiche della politica brasiliana non contaminata dagli scandali per corruzione, ha annunciato anch’essa di aspirare a una candidatura. Come andranno le cose è impossibile da prevedere. Sono ormai tre anni che il Paese passa di sorpresa in sorpresa, al ritmo di una telenovela dai contorni drammatici perché vissuta da 200 milioni di brasiliani. Prima gli scandali di una gigantesca rete di corruzione. Poi la destituzione della presidente Dilma Rousseff, successore di Lula, a cui ha fatto seguito l’insediamento alla presidenza di Michel Temer, uomo di destra vincitore delle elezioni in tandem con Rousseff, ma che una volta al potere ha effettuato un’inversione di marcia totale che riporta la politica nazionale sulla scia del neoliberismo.

E infine, le maglie della giustizia che cadono su dirigenti di tutto l’arco politico, con condanne a raffica durissime. Il governo di Temer viene decimato, e lo stesso presidente si salva dall’essere inquisito per il rotto della cuffia, vendendo in parlamento privilegi e prebende in cambio di quell’immunità speciale che gli evita le manette. L’economia si riprende, ma sarebbe più esatto dire che si riprende l’economia di alcuni, quella delle statistiche che assegnano un pollo in media a due persone delle quali una ne mangia due e l’altra nessuno.

Di certo, due sono le grandi questioni del Paese: una è quella morale. Urgentissima quanto estesa nei gangli dello Stato e dei settori privati. Va dalla corruzione senza limiti, ai 60 mila morti ammazzati all’anno, segno di una delinquenza che non conosce limiti.

L’altra è quella del modello economico. Né quello liberista, che ha costretto in povertà decine di milioni di persone per decadi intere, né quello più statalista del governo di Lula, sono sostenibili a lungo termine: il primo per ragioni di giustizia sociale, il secondo per non riuscire a sradicare la povertà con un modello produttivo di sviluppo. Purtroppo, invece di una discussione democratica su come avanzare su questi fronti, siamo alla lotta della giungla: vince il più forte, non chi ha ragione. Per il momento, i poteri di fatto che agiscono in Brasile hanno avuto la meglio, ma la partita è ancora tutta da giocare.

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