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Opinioni

 
Escono allo scoperto, non solo in Italia, movimenti che riportano in auge i simboli totalitari del nazi-fascismo. Incapacità della politica o ignoranza della storia?

AP Photo/Michal Kosc

Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman, qualche anno prima di morire, intervenendo ad una manifestazione promossa in luoghi istituzionali sul tema delle migrazioni e dell’integrazione espresse un concetto molto pregnante sullo spazio urbano quale luogo di convivenza: «Ogni città è una collezione di diaspore: di religione, di linguaggio, di culture, di etnie. Non esiste una ricetta per l’integrazione (…). Impariamo a vivere insieme».

La diaspora sottolinea una molteplicità, che richiama dispersione, caos, ma può anche essere la scintilla generatrice di un progetto e di una volontà precisa di ricreare le condizioni per il vivere in comune. Bauman, spesso estremamente attento nel captare i segnali di cambiamento e di disagio operanti nella società, in quel momento sottolineava l’importanza di dare vita a contesti aperti verso un’umanità in trasformazione e in cammino, segnati dal crescere del fenomeno migratorio e al tempo stesso afflitti dall’arretramento della politica, intesa come arte del dialogo in vista del migliore discernimento sul corretto vivere insieme.

Un senso diffuso di insicurezza

La perdita di consenso e di legittimazione delle classi dirigenti, il dissolversi progressivo della passione per la politica, con una percentuale altissima di giovani che faticano ad avvicinarsi ai temi principali del dibattito, si associa alla situazione di insicurezza che i mass-media amplificano: precarietà, disagio, violenza, stati più o meno latenti di disperazione. Tutto materiale incandescente che spesso alimenta il malcontento, l’insoddisfazione che monta praticamente in ogni parte del continente europeo (e anche oltre), il quale mentre discute su ricette economiche o ipotetici sviluppi politici, spesso sottovaluta quanto cresce nel sottobosco dei sentimenti anti-europei e anti-unitari di molti Paesi del club a 28.

Di elezione in elezione stanno aumentando i rappresentanti di partiti che si rifanno ad una dimensione sovranista e populista, sostenuti nelle propaggini estreme dalla variegata galassia movimentista che alimenta la peggiore propaganda xenofoba e razzista, che riporta in auge i simboli totalitari del nazi-fascismo, che rilancia le pseudo-ricostruzioni sulla purezza razziale per declinare l’accesso ad un concetto di appartenenza e di cittadinanza che gli studi di genetica e di biologia hanno dimostrato privi di veridicità scientifica da diversi anni.

Consensi in crescita

Ma allora perché le percentuali di voto verso questi schieramenti sono in crescita, come sono in aumento le manifestazioni ideologiche e sociali di un pensiero che sembrava essere scomparso assieme al crollo dei totalitarismi novecenteschi?

Può bastare il fenomeno migratorio, nella sua dimensione epocale, o le mille sfaccettature della crisi economico-politica a giustificare il ritorno di una proposta elitaria, escludente, nazionalista, nel senso più restrittivo e specifico del termine?

Una risposta non superficiale dovrebbe tener conto perlomeno di due dimensioni. Vi è una crisi politica evidente, con uno scollamento preoccupante tra le richieste della cittadinanza/corpo elettorale e l’azione della classe dirigente: i temi politici vengono spiegati poco e male, trasferendoli raramente dentro una dimensione “pre-partitica” e quindi fuori dal clima di scontro perenne tra gli schieramenti.  Il decoro e la sicurezza delle città, i piani infrastrutturali e del trasporto pubblico, la regolazione dei flussi migratori e il senso delle strutture di accoglienza, per fare solo alcuni esempi, si riferiscono alla città in generale, prima di poter essere interpretati e ‘colorati’ partiticamente.

Ignoranza della storia

Spesso la politica non è più capace di offrire luoghi di comprensione e dialogo dell’esistente e del reale, lasciando spazio alla propaganda che cavalca una visione ideologica e settaria, la quale ripropone come razionale e doveroso ciò che si pensava relegato nei libri di storia.

La seconda dimensione da tener presente è proprio quella storica, spesso sottovalutata dall’opinione pubblica, oggi totalmente danneggiata dalla compresenza di molteplici posizioni che vengono presentate come verità, ma che oltre a fare disinformazione, vagheggiano società basate sulla riproposizione di falsi miti o epoche auree. Un popolo non può ignorare la propria storia. Spesso la scarsa conoscenza delle proprie radici e del vissuto del proprio Paese genera comunità impreparate ad assumersi responsabilità fondamentali nell’amministrazione di uno stato, con la conseguenza diretta di riabilitare e portare ad esempio, glorificati nella più becera semplificazione, regimi totalitari e illiberali, perpetuatisi grazie al controllo della scuola, delle leve economiche, dei mezzi di informazione; progetti politici sistematicamente votati all’eliminazione dell’avversario politico e alla giustificazione del genocidio dei popoli considerati come polo negativo, per poi negare la veridicità del dramma.

L’ignoranza, allora, rischia di essere duplice: tanto politica che storica e andrebbe “combattuta” con armi legali: più formazione, più conoscenza, messe al servizio di un “progetto umanità”, che sappia guardare ai fenomeni complessi con più politica, intesa come realtà in grado di mettere al servizio della comunità ascolto delle esigenze, pianificazione delle soluzioni, progetti di inclusione.

La strada della convivenza

Di fronte al ripresentarsi di un pensiero neo-nazista, di fronte ad atteggiamenti antisemiti o islamofobi, di fronte a quanti presentano come soluzione più adatta quella della balcanizzazione in recinti separati (bianchi e neri, autoctoni e migranti, nativi e stranieri), non si può rimanere inermi e silenziosi, perché è il futuro della società ad essere posto in discussione, sono in gioco i valori e le caratteristiche della convivenza, per cui generazioni di persone hanno dato la vita nel tentativo di preservarle proprio dal contagio di idee esclusiviste e da società fatte di barriere. Ma la politica non può evitare il confronto col disagio e la crisi, che vanno governate; e la comunità non può evitare il confronto con la storia, che rimane strumento insostituibile per costruire società in grado di generarsi sui valori e sulle pratiche del vivere comune e della cooperazione fraterna.

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