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Difficile è riuscire a capire il terrorismo che ha colpito di nuovo in Sinai, questa volta facendo più di 300 morti in una moschea sufi. La lotta contro il terrorismo del presidente al-Sissi non porta ancora i frutti sperati. Le ragioni locali, le ragioni nazionali e quelle internazionali  

L’attacco del 24 novembre alla moschea di al-Rawda nel Nord della penisola del Sinai, che ha ucciso più di 200 persone in una moschea frequentata in particolare da affiliati a una confraternita sufi, la tradizione più spirituale presente nell’Islam, sia sunnita che sciita, pone molti interrogativi sulla presenza del terrorismo nella penisola. Il Sinai, lo ricordiamo, ha una posizione strategica fondamentale, perché si trova tra il Canale di Suez e la penisola arabica. Sebbene il Sinai sia isolato geograficamente, collega Stati chiave come Egitto, Territori palestinesi, Giordania, Israele e Arabia Saudita. A causa della sua importanza geopolitica, è diventato campo di battaglia in tutte le guerre tra Egitto e Israele dal 1948 e fino al 1979. Il trattato di pace del 1979 tra Egitto e Israele ha sì restituito il Sinai all’Egitto, impedendo scontri militari arabo-israeliani su larga scala per più di 30 anni, ma ha portato l’Egitto a non poter avere una presenza militare solo limitata nella penisola.

La carneficina di al-Rawda s’aggiunge a una lunga serie di attacchi terroristici che affliggono l’Egitto ormai con una certa regolarità. Non si tratta di blitz che avvengono solo nel Sinai, ma anche al di là del Canale di Suez, spesso ad opera di gruppi terroristici che hanno la loro base nella penisola. Non sempre la rivendicazione riesce ad attribuire esattamente a un determinato gruppi un attentato particolare, ma nell’insieme si può dire che almeno la metà degli attacchi in territorio egiziano sono di origine sinaitica. Si registra in ogni caso un’escalation notevole delle vittime: 103 persone uccise nel 2013, 195 nel 2014, 272 nel 2015, 101 nel 2016, e più di 400 nel 2017.

Solo in quest’anno 2017 si ricordano, tra gli altri attentati, il 16 gennaio l’attacco ad una pattuglia della sicurezza egiziana nell’Oasi di Kharga, con 8 morti; il 9 aprile l’attacco alla chiesa copta di Tantra, con 126 morti, oltre ad altri tre attacchi nella stessa giornata; il 27 aprile un kamikaze ha fatto 4 morti beduini a Rafah, nel Sinai; il 18 aprile, attacco allo storico Monastero di Santa Caterina, sempre nel Sinai, con un poliziotto morto; il 1° maggio tre ufficiali dell’esercito morti a Nasr City; l’11 maggio 13 civili uccisi ancora nella città di Rafah; il 26 maggio altro attacco a una chiesa copta, a Minya, con 28 morti; il 7 luglio 23 soldati sono stati uccisi in un’imboscata nel Nord del Sinai; il 20 ottobre, un’altra imboscata, che ha ucciso ufficialmente 16 poliziotti nella regione di Oasis, 135 km a Sud-Ovest del Cairo, è stata rivendicata dal gruppo jihadista Bayt al-Maqdis che opera nel Sinai… Un bollettino di guerra. Senza ovviamente mai dimenticare l’attacco più devastante e più noto, quello che nel novembre 2015 ha provocato la caduta al suolo di un aereo charter russo appena decollato dall’aeroporto di Sharm-el-Sheik, in cui morirono 224 persone.

In generale, i gruppi jihadisti sono particolarmente presenti nel Nord del Sinai dove moltiplicano gli attacchi contro le forze dell’ordine che non riescono, per il momento, a frenare la minaccia. Già durante la presidenza di Hosni Mubarak il terrorismo aveva fatto la sua comparsa nel Sinai, ed era continuato sotto Mohammad Morsi. Ma il ritmo degli attacchi si è accelerato fortemente negli ultimi anni sotto il presidente Abdel Fattah al-Sissi, che pur ha fatto della lotta al terrorismo il suo obiettivo principale. Tra i gruppi terroristici presenti nella regione vanno segnalati soprattutto Ansar Bayt al-Maqdis, la maggiore organizzazione terroristica, che dal settembre 2014 ha fatto una chiara opzione pro-Daesh dopo essere stata qaedista, ripetuta nel luglio di quest’anno, con la chiara volontà di fare dell’Egitto uno Stato islamico. Ci sono poi altri gruppi, come gli storici Tawhid and Jihad (Al-Tawhid wa-l-Jihad) e al-Jama’a al-Islamiyya, che però hanno perso di peso negli ultimi tempi. La stessa mappatura del terrorismo sinaitico è complessa, perché i gruppi si fondono e si separano a grande rapidità.

Il Sinai del Nord è storicamente una regione particolarmente sensibile. Le logiche della solidarietà tribale beduina sono forti e la violenza talvolta brutale dell’esercito contro i suoi abitanti rende il terreno favorevole al reclutamento jihadista. C’è quindi un malessere locale che va sottolineato, che non nasce da influenze straniere quanto da situazioni incancrenite da tempo, da scelte politiche ed economiche (turismo in primis) che già vent’anni fa hanno privilegiato il Sud del Sinai rispetto al Nord.

L’area è geograficamente piuttosto piccola, ma le sue peculiarità rendono la lotta ai gruppi terroristici particolarmente difficile, poiché danneggia le popolazioni locali, il cui sostegno è essenziale per raggiungere questo obiettivo. L’assoluta sicurezza appare quindi almeno in parte inefficace per rispondere a un pericolo alimentato principalmente dalla miseria economica, dalla sfiducia delle popolazioni locali nei confronti dell’autorità centrale e dalla complessità geopolitica della regione, intrappolata tra interessi egiziani e israeliani. E palestinesi. Il potere egiziano di al-Sissi combatte il terrorismo con tutta la sua determinazione, è evidente, ma le modalità repressive finora non hanno portato sicurezza nella regione. La volontà di al-Sissi è stata esplicitata già nel 2014, alle Nazioni Unite: «Bisogna intraprendere un confronto decisivo contro le forze dell’estremismo e del terrorismo e contro qualsiasi tentativo di imporre opinioni attraverso l’intimidazione e la violenza», aveva detto il presidente egiziano. Che questa volta ha promesso una repressione con «forza brutale».

Insomma, le ragioni del terrorismo nel Nord del Sinai non sono semplici da fissare sulla carta: ci sono in effetti ragioni locali (il malessere di certe tribù della regione nei confronti della politica del Cairo), accentuate dalla politica “muscolosa” del presidente al-Sissi; ci sono ragioni nazionali (in Egitto le influenze wahhabite, salafite e hanbalite hanno creato sacche di radicalismo difficili da sradicare, che s’insinuano persino negli ingranaggi statali ed educativi, oltre che religiosi); e non mancano pesanti ragioni internazionali (sono certe le influenze del Daesh, i cui combattenti stanno sciamando da Siria e Iraq dopo le sconfitte degli ultimi mesi, degli estremisti della Striscia di Gaza e della stessa tradizione qaedista ancora lunga dal morire). Quel che è certo è che il Sinai, in particolare la regione settentrionale, è una terra che anche per la sua conformazione geografica potrebbe diventare un piccolo Afghanistan mediterraneo. La comunità internazionale non può non porre massima attenzione sugli sviluppi della situazione, che in ogni caso non potrà essere risolta solo con misure di polizia pur necessarie.

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