Nel mondo arabo il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, ma non ha prospettive. L’Occidente, a cui molti guarderebbero con speranza, è troppo preso dal business e dal consumo, dai muri da costruire, dall’identità da difendere…
 

Con il recente sostegno dato a maggio scorso dal presidente Trump alle tesi dei sauditi sul terrorismo, con le durissime sanzioni contro il Qatar e l’estensione degli attentati terroristici anche nel cuore dell’Iran, il conflitto mediorientale si è purtroppo ulteriormente allargato, anche con la fine dei combattimenti a Mosul (a che prezzo!) e l’imminente attacco a Raqqa, che probabilmente non segnerà comunque la fine del jihadismo. Se prima di questa recrudescenza capire qualcosa delle 6 o 7 guerre contemporanee in corso nella regione era impresa ardua, adesso è diventato quasi impossibile. Le cause sono molte, diverse e complesse, evidenti e nascoste, ma la conseguenza è che a livello mondiale il 45% degli attentati terroristici si verifica nell’area mediorientale, così come nel mondo arabo vive il 57% dei rifugiati e il 47% degli sfollati, e sempre qui muore il 68% delle vittime di guerra (dati Onu).

Petrolio, potere, armi, intrighi e odi secolari: certo, c’è anche tutto questo, ma non c’è solo questo in Medio Oriente. Quando riusciamo a gettare lo sguardo oltre l’ansia e la paura per gli orribili attentati portati in Europa dai jihadisti e dai loro imitatori, oltre la stupidità o l’ipocrisia di alcuni potenti, oltre la guerra e i morti e oltre la lotta per la supremazia, possiamo cogliere fra la gente degli elementi che lasciano intuire altro, soprattutto alcune “domande vere” che emergono dal mondo arabo, in particolare dai giovani. Domande che l’islamismo e il jihadismo hanno intercettato e alle quali vogliono dare la loro risposta. Domande di cui i politici occidentali sembrano purtroppo non sospettare neppure l’esistenza o, se la sospettano, la taggano come emigrazione economica o più spesso si guardano bene dal prenderla in considerazione.

Francesca Borri su Aspenia (Aspen Institute Italia), nel contesto di una talora tendenziosa lettura della situazione mediorientale, ma comunque interessante e non-convenzionale, porta a questo riguardo l’esempio di uno dei Paesi ritenuti più stabili, la Tunisia. Dietro le quinte di questa stabilità, segnala lo spettro di una disoccupazione cronica che coinvolge almeno il 15-16% della popolazione attiva. L’elevato numero di disoccupati è significativamente costituito da laureati e soprattutto da giovani donne laureate. Accanto a questo dato rileva poi che circa la metà dei jihadisti che combattono nel vicino e caotico scenario libico sono giovani tunisini.

Un altro indizio in questo senso viene dall’Egitto, un Paese con un deficit di bilancio superiore al 12% del Pil, dove l’inflazione ha superato il 15% e i generi di prima necessità sono sussidiati dallo Stato, perché gli aumenti di prezzo viaggiano dal 2011 sul 38-40% l’anno. Il cibo sussidiato è però ormai diventato un incubo per le esauste casse del Paese: un anno fa ci volevano 8,8 sterline egiziane per avere 1 dollaro, oggi per lo stesso dollaro di sterline egiziane ce ne vogliono più di 18. E la disoccupazione giovanile avrebbe ormai superato il 40%.

All’esempio tunisino e a quello egiziano va aggiunta la realtà dei Paesi più direttamente colpiti dalle guerre (il plurale è d’obbligo), in particolare Siria, Iraq e Afghanistan. Sono Paesi un tempo rilevanti, ma ormai svuotati della loro migliore società civile, fuggita o uccisa. Quando e se possono (aggirando i muslim ban), se ne vanno anche i giovani rimasti, sottraendo al loro Paese creatività, capacità e voglia di fare.

Il denominatore comune di questi esempi, e se ne potrebbero fare molti altri, è secondo me il significato e il valore del dato demografico: nel mondo arabo il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, ma non ha prospettive. I giovani dal mondo arabo avrebbero domande vere, ma le sole risposte disponibili sono quelle degli islamisti e dei jihadisti. L’Occidente, a cui molti guarderebbero con speranza, è troppo preso dal business e dal consumo, dai muri da costruire, dall’identità da difendere, dalla lotta al terrorismo, ecc.

Così invece di cogliere e valorizzare le domande vere, si combatte contro le risposte sbagliate. Le domande vere dei giovani arabi chiedono invece pace e possibilità di lavoro e una vita magari dura ma aperta alla speranza.

Non ci sono mai risposte facili ma ci sono sempre risposte possibili. Un piccolo esempio di risposta positiva sono per esempio i dati degli ultimi 6 mesi sul turismo italiano in Egitto. È un dato interessante perché evidentemente sfugge al controllo della retorica politica.

Nonostante le stragi di copti, il Sinai infestato di guerriglia, l’economia allo sfascio e la giustizia negata (come nel caso di Giulio Regeni), a febbraio scorso i turisti italiani in Egitto sono stati il 26% più dello stesso mese 2016. A marzo il più è stato del 74% e ad aprile del 140%. Il lavoro che questo recuperato turismo offre agli egiziani non è solo una boccata d’ossigeno, ma alla lunga la miglior difesa contro le derive islamiste. Questo premio agli egiziani e al Paese del Nilo, anche se un po’ rischioso, costruisce la pace sicuramente molto di più del separatismo fatto di muri e proclami.

Fonte: Città Nuova