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Armi inviate nei Paesi in guerra: Iniziativa in controtendenza il 14 marzo a Roma promossa dal Movimento dei Focolari

Difficile esercitare la coscienza nell’era della comunicazione che induce una “costante attenzione parziale” come la definisce Alberto Contri in un recente saggio.

Così la notizia sull’Italia che spedisce bombe o vende caccia bombardieri verso Paesi impegnati in terribili conflitti con migliaia di vittime civili passa velocemente sotto gli occhi, quando arriva, per poi scomparire dentro contenitori indistinti.

Sarà per questa continua distrazione che le commissioni Difesa di Camera e Senato non riescono ad emanare un atto di indirizzo in grado di impegnare il  governo, a sospendere la forniture di materiali di armamento ai Paesi coinvolti nella guerra nello Yemen, uno dei molti conflitti dimenticati dove secondo fonti Onu si registrano oltre 10 mila vittime e tutte le parti in conflitto sono accusate di crimini di guerra, tra cui attacchi indiscriminati contro aree civili come scuole e ospedali.

Il nostro Paese dovrebbe interrompere ogni invio e transito di armi verso questo come altri teatri di guerra in coerenza con la Costituzione e nel rispetto letterale dell’art. 1, comma 6 A e B della legge 185/90.

E, invece, Paolo Gentiloni, quando ricopriva il ruolo di ministro degli Esteri,  ha affermato che una tale decisione potrebbe avvenire solo in forza di veto decretato dall’Onu e dall’Unione europea.  Tesi condivisa dal ministro della Difesa Pinotti anche se l’attuale presidente del consiglio, rispondendo da titolare degli Esteri ad un’interrogazione parlamentare, ha citato casi più eclatanti di vendita di armi pesanti da parte di Usa, Gran Bretagna e Germania verso l’Arabia Saudita impegnata nel conflitto yemenita essendo alla guida di una coalizione che comprende Emirati arabi uniti, Oman, Bahrain, Egitto, Qatar, Marocco e Kuwait.

Dall’Italia, secondo i dati ricostruiti da Archivio Disarmo, è partito verso il Paese saudita finora un valore globale in armi di oltre 257 milioni di euro che comprende in particolare le bombe RWM MK82 assemblate in uno stabilimento italiano di proprietà di un’azienda controllata da una società tedesca.

I parlamentari italiani sono stati sollecitati da diverse parti a prendere posizione sulla vicenda senza se e senza ma. Su Avvenire del 9 marzo il direttore Marco Tarquinio ha ripreso e rilanciato una lettera aperta che rimanda all’iniziativa promossa per il 14 marzo a Roma Movimento dei Focolari in Italia nelle aule dei gruppi parlamentari che vanno intesi come espressione della sovranità popolare e non come “Palazzo” inaccessibile.

Di fatto la grande maggioranza di deputati e senatori non sembrano dare alcuna risposta, spesso trincerandosi dietro l’incompetenza.

Tra coloro che hanno offerto la disponibilità ad un confronto aperto per capire cosa fare troviamo il senatore del M5S Roberto Cotti, che proviene dall’impegno nella tavola della pace sarda, il deputato del Pd Giorgio Zanin, che arriva dal mondo dell’associazionismo cattolico nelle Acli, promotore con Gian Piero Scanu, altro deputato Pd disponibile, di una legge che getta luce sui massacri della Grande Guerra ma che è stata bloccata da un veto in Senato.  Scanu presiede la commissione di inchiesta parlamentare di inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito, altra inquietante pagina da chiarire legata all’uso e sperimentazione degli armamenti. Si è dichiarato disponibile il vicepresidente della Commissione difesa della camera Massimo Artini di Alternativa Libera.

Anche Giulio Marcon e Stefano Fassina, di Sinistra italiana, si è sono detti disponibili al confronto. Marcon è il referente del gruppo interparlamentare sulla pace come Lorenzo Basso, deputato Pd, lo è di quello sull’azzardo, ma Basso, da genovese,  è anche un attento conoscitore delle vicende di Finmeccanica Leonardo tanto da aver sollevato fondati dubbi, espressi il 6 dicembre in un seminario promosso presso Archivio Disarmo, sulla decisa tendenza del gruppo industriale, controllato dal ministero dell’economia, di dismettere asset strategici in campo civile per concentrarsi su quello militare.

Sono questi alcuni dei “rappresentanti del popolo”, senza dimenticare Mario Sberna del Centro democratico e già presidente dell’associazione delle famiglie numerose, che hanno accettato di parlare apertamente della grande questione rimossa del potere del complesso economico finanziario degli armamenti di determinare scelte politiche decisive a livello nazionale e internazionale.  Vedremo se e come risponderanno. E chi altro interverrà.

Chi affronta seriamente i nodi della “Terza guerra mondiale a pezzi”, come papa Francesco definisce l’attuale situazione di un mondo in fiamme, rischia inevitabilmente di percepire, di fonte al silenzio assordante di molti, un senso di impotenza che lo ricaccia nell’alienazione e nella rimozione. Per tale motivo l’incontro convegno del 14 marzo continuerà con un laboratorio aperto nel pomeriggio, dalle 15 alle 17.30, presso lo storico Oratorio del Caravita, che si trova a due passi da Montecitorio.

La domanda aperta è questa: dobbiamo rassegnarci ad accettare la sconfitta delle istanze di giustizia? È questa la risposta da dare ai giovani universitari e lavoratori che il 3 marzo, nella facoltà di ingegneria di Cagliari, a pochi chilometri dalla fabbrica che assembla bombe destinate allo Yemen, hanno detto che non possono accettare il ricatto tra lavoro e pace che si consuma su quel territorio?

Bisogna cercare altre strade come testimonia Teresa Piras che nel Sulcis già nel 2001 si opponeva alla trasformazione di quella fabbrica di bombe per miniere in ordigni della guerra.

Un’operazione, precisa bene, sostenuta con i contributi statali. Teresa, animata da una decisa scelta non violenta, allieva di Aldo Capitini, ha scelto di andare a insegnare ai figli dei minatori negli anni Sessanta in nome di un modo giusto di stare al mondo. La politica vista dalle radici.

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