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Opinioni

di Ravindra Chheda

 

Nel Paese asiatico, dopo le elezioni dello scorso novembre, si insedia il nuovo Parlamento chiamato non più a reagire ad un regime, ma a costruire qualcosa per il Paese e la sua gente.

Il Myanmar Times non ne parla come la notizia principale di oggi. È solo la terza nel formato online del quotidiano birmano. Di fatto, però, la convocazione della prima seduta del nuovo Parlamento (la Pyithu Hluttaw, la Casa Bassa), avvenuta ieri 1 febbraio resta un momento storico per il Myanmar. L’edizione inglese del giornale locale ha definito l’avvenimento con un’immagine efficace: «Un mare di politici che hanno affollato la sede dell’amministrazione» uscita dalle votazioni del novembre scorso.

Sono arrivati a Naypyataw la nuova capitale, lontano da Yangoon – la vecchia Rangoon -, da ogni parte del Paese. Soprattutto, non hanno offerto il colpo d’occhio che per decenni ha caratterizzato il panorama del Parlamento birmano: le divise dei militari che hanno controllato il Paese con un pugno di ferro, negando per generazioni qualsiasi libertà alla popolazione, mantenendo l’assoluto monopolio del potere. L’assemblea parlamentare ieri offriva altri colori ed un’altra prospettiva: giacche tipiche del Paese in colore arancione leggero. Unico neo della giornata, almeno apparentemente, è stata la delusione per l’assenza dal palcoscenico principale di San Suu Kyi. L’attesissima protagonista della giornata ha tradito le aspettative di tutti, in particolare dei giornalisti e della stampa straniera. L’esile donna, eroina della lotta per la libertà del Paese, agli arresti domiciliari per anni, ieri ha preferito una entrata discreta, passando da una porta laterale. Un atto sapiente di prudenza nel delicato processo di transizione del potere. Strettamente parlando, infatti, la vera leader del partito non potrà essere eletta Presidente dal nuovo Parlamento. La Costituzione attuale, opportunamente modificata dalla giunta militare, nega a chi ha un qualsiasi legame di parentela con uno straniero di arrivare alla massima leadership del Paese. La San Suu Kyi era sposata con un cittadino britannico, morto in Europa qualche anno fa, senza che i due potessero incontrarsi ancora una volta.

Nonostante questo dettaglio che comunque riveste una importanza significativa, il clima, secondo gli osservatori, era quello di ottimismo e novità. «Oggi è una giornata speciale – ha affermato Daw Khin San Hlaing, membro della nuova assemblea parlamentare. Finalmente possiamo iniziare a realizzare i nostri sogni e a farli diventare realtà». Nel lunghi anni di dittatura militare, la neo-parlamentare birmana ha affermato di non aver mai perso la speranza di vedere arrivare questo giorno. «Si tratta della volontà del Paese e della gente» ha aggiunto, concludendo che si tratta ora di realizzare quello che si è sempre sognato. Non è più una questione di reagire ad un regime, ma di costruire qualcosa per il Paese e la sua gente.

Il National Democratic League (Nld) di Aung San Suu Kyi aveva ottenuto l’80% dei consensi nelle elezioni del novembre 2015, sconfiggendo lo Union Solidarity and Development Party (Usdp) dei militari e ottenendo così il diritto di formare il nuovo governo. È tuttavia bene, tener conto del fatto che per Costituzione la giunta mantiene un quarto dei seggi in parlamento e tre ministeri chiave (Interni, Frontiere e Difesa). Della Nld fanno parte anche i nuovi presidenti della Camera alta e bassa. «Oggi – ha detto Win Myint, presidente della Camera bassa – è un giorno di cui essere fieri nella storia politica del Myanmar, per la transizione democratica». Il passaggio dal governo militare a quello democratico terminerà il primo aprile, quando finirà il mandato dell’attuale presidente e generale in congedo Thein Sein.

L’attuale situazione nel Parlamento vede il Nld con 390 seggi (su 440) alla Camera bassa e 168 (su 224) alla Camera alta, per un totale di 558. La Lega democratica non potrà però emendare da sola la Costituzione, perché serve la maggioranza del 75% più un voto.

Il nuovo parlamento è chiamato non solo ad assicurare la transizione dei poteri dalla Giunta militare alla nuova compagine democratica, ma anche ad affrontare i problemi di un Paese per decenni chiuso al resto del mondo e, ora, nel pieno di una evoluzione vertiginosa, soprattutto nella città di Yangoon. Il mondo birmano resta, comunque, ancora legato alla povertà endemica delle provincie e dei villaggi, a questioni di tensioni fra comunità tribali ed amministrazione e a nodi irrisolti come quelli dei prigionieri politici, dell’arresto di studenti e attivisti e dell’influenza dei militari sulla vita pubblica.

fonte: Città Nuova

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