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Opinioni

di Tanino Minuta

In seguito alla procedura d’infrazione aperta da Bruxelles nei confronti del governo polacco si è aperto un dibattito acceso: tendenze nazionaliste o valori plausibili? Per dialogare bisogna capire di cosa si sta parlando e bisogna ascoltarsi: la parola al nostro corrispondente dal Paese di Walesa e Wojtyla.

Sapendo che mi ero trasferito in Polonia, un amico di Bologna mi ha espresso la sua solidarietà per «ciò che sta vivendo la Polonia». Di cosa si trattava? Non avevo sentito di nuovi disastri aerei o di alluvioni. Ne parlai con alcuni amici polacchi, uno dei quali mi ha detto: «Ho letto su Gość Niedzielny un’intervista al primo ministro Beata Szydło (nella foto, ndr)», che avrebbe incontrato di lì a poco la Commissione europea. «C’è in lei molta serenità e convinzione che quello che il governo polacco sta facendo risponda ai principi della democrazia, per rispondere alle richieste degli stessi elettori». La premier aveva ribadito nell’intervista che «apprezziamo e rispettiamo i trattati dell’Unione. Siamo suoi membri e ne siamo fieri». Concludeva il mio amico: «È ovvio attendersi che l’Unione comprenda che la Polonia, come Stato sovrano, ha diritto di prendere le decisioni interne a servizio dei cittadini che ritiene più opportune».

Un altro amico ha citato invece, da Rzeczpospolita online, il fatto che il ministro dell’Istruzione ritiene che «sulla decisione della Commissione europea di iniziare un controllo dei principi di Stato di diritto abbiano influito non solo i media europei, ma anche la pressione di gruppi di interesse contrari ai cambiamenti introdotti dal nuovo governo». Quali gruppi? Il ministro ha precisato così: «Si tratta di grandi corporazioni internazionali, che dovranno pagare le tasse per i loro negozi che tra breve tempo verranno introdotti in Polonia».

Un’amica giurista, infine, rivisita gli anni dopo la caduta del muro: «In base ai fatti e ai documenti d'archivio pubblicati negli ultimi 25 anni – mi spiega –, è diventato sempre più chiaro che all'origine dei cambiamenti politici in Polonia e nel “blocco orientale” c’erano da una parte dei movimenti sociali di massa (come il sindacato Indipendente polacco Solidarność), e dall'altra l'azione delle autorità comuniste che cercavano di prepararsi il terreno per una svolta che ormai era inevitabile. Oggi è certo che molti ben noti “dissidenti” erano al servizio della polizia segreta del regime o che nel tempo, prima del cambiamento del sistema politico, avevano tradito gli ideali di Solidarność e patteggiato accordi segreti con i comunisti».

La mancata pulizia nel mondo politico, economico e culturale dopo il cambio di regime ha prodotto grosse spaccature nella società polacca. Una parte della nazione è rimasta fedele alla tradizione cristiana e agli ideali di Solidarność ed è stata per decenni, nei fatti, esclusa dal potere e dai vantaggi economici della transizione dal comunismo al liberalismo. L’altra parte – soprattutto ex-comunisti riciclati e falsi dissidenti – ha invece anteposto i propri profitti al bene della nazione. Negli ultimi 25 anni i governi post-comunisti, e poi liberali, hanno portato a una massiccia vendita di beni polacchi e alla dipendenza finanziaria dell’élite polacca da influenti ambienti esteri. Negli ultimi otto anni di governi liberali (2007-2015), la situazione economica della maggioranza dei polacchi e la stessa presenza della Polonia sulla scena internazionale ha subito gravi danni: classe politica corrotta, forte crescita economica che non aveva riscontro nella situazione finanziaria dei cittadini (salari bassi, emigrazione, basso incremento demografico), alti profitti delle imprese fuori dal sistema fiscale, mezzi di comunicazione in mano a post-comunisti e a compagnie occidentali (il 95% della stampa e dei portali regionali è di proprietà tedesca).

In questo scenario è avvenuta la catastrofe dell’aereo precipitato a Smolensk nell’aprile 2010, in cui hanno perso la vita il presidente polacco Lech Kaczynski – che voleva rafforzare la sovranità della Polonia – e 95 tra membri del governo e dell'élite politica del Paese. Rimane incomprensibile per tanti polacchi la chiusura frettolosa delle indagini da parte del governo polacco, senza un chiarimento dei motivi della catastrofe. I dubbi di buona parte della popolazione vengono anche dal licenziamento di giornalisti critici nei confronti del governo, dal rafforzamento della cooperazione dei servizi segreti polacchi con quelli russi, dalla decisione del governo di sostenere gli interessi tedeschi contro evidenti interessi nazionali, senza considerare il rafforzamento della cooperazione della stessa Germania e della stessa Russia contro gli interessi polacchi e di altri Paesi dell'Europa orientale. Tutto ciò ha portato in Polonia al rafforzamento dei partiti di opposizione e alla creazione e allo sviluppo dei media indipendenti (siti internet, giornali, tv), che hanno cominciato ad esporre i fatti in una luce molto diversa da quella proposta dai media legati ai governi.

Il segnale definitivo per buona parte del popolo polacco, che cioè il Paese si stava orientando in una direzione pericolosa, sono state le elezioni amministrative nel 2014, nelle quali aleggiano sospetti di brogli elettorali. È quindi arrivata la vittoria inaspettata nelle elezioni presidenziali del maggio 2015 di Andrzej Duda, candidato del partito di centro-destra Diritto e Giustizia (PiS) il cui leader è Jaroslaw Kaczynski, fratello del presidente tragicamente scomparso. Nel mese di ottobre, poi, il PiS ha ottenuto la maggioranza parlamentare, arrivando alla formazione di un nuovo governo guidato da Beata Szydło.

L’attacco di tanti media al presidente e al governo polacco, che hanno come programma la ricostruzione della comunità nazionale, il rinforzo del ruolo della Polonia nella regione, il rispetto della sua tradizione cristiana, aveva lo scopo di mantenere l’influenza dei circoli liberali ed ex-comunisti sul destino del Paese. Oltre agli attacchi di questi media, la minoranza liberale, per evitare le modifiche annunciate dal PiS, ha cercato di mantenere nella Corte costituzionale ben 14 giudici su 15 provenienti dagli ambienti liberali e di sinistra. Le iniziative del nuovo governo per evitare da parte della Corte costituzionale il blocco delle riforme necessarie è stato definito dall'attuale opposizione «un colpo di Stato», «un attacco alla democrazia» e «l’avvio di un governo fascista». Un'altra riforma criticata ad alta voce è quella dei media pubblici, riforma che nel sentire del governo vuole ristabilire l'equilibrio nella radio e nella televisione, in modo che almeno nei media pubblici abbiano diritto di parola tutti gli ambienti politici.

fonte: Città Nuova

 

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