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Opinioni

di Alberto Barlocci

 

L’Arabia Saudita ha ottenuto la presidenza del Consiglio dell’Onu per i diritti umani. La notizia é stata mantenuta finora in sordina. Protesta delle ong per una scelta “indignante”, ma anche della UE e dell’ambasciatrice degli USA, Samantha Power. Le decapitazioni nel Paese saudita quest’anno hanno superato quelle dell’Isis.

Non é il caso di riprodurle, ma nelle reti sociali cominciano ad apparire immagini delle esecuzioni eseguite in Arabia Saudita. Alcune veramente da far accapponare la pelle, come quella dei poveri corpi dei sentenziati sospesi a un palo e sostenuti da gru perché facciano da monito. Sí, sentenziati; il termine giustiziati evoca una parola che non viene al caso. Da tempo si sa che in Arabia Saudita il dovuto processo non é una garanzia. Lo sa la famiglia di Ali Mohamed al-Nimr catturato nella provincia di Qatif sotto l’accusa di detenzione di armi e partecipazione a manifestazioni illegali. Reprieve, una organizzazione che difende i diritti umani, sostiene che si tratterebbe di accuse a sfondo politico. La questione é che Ali é stato condannato a morte del maggio del 2014 in base a una confessione, pare, estorta con la tortura. Il processo di appello si é svolto in sua assenza e a porte chiuse, senza che nemmeno sia stato convocato. La condanna a morte é stata eseguita mediante... crocefissione.
 
Anche qualora i delitti di Ali al-Nimr fossero stati gravi, un processo ed una esecuzione di questo tipo sarebbero sufficiente per evitare che l’Arabia Saudita assuma incarichi di rilievo in materia di diritti umani all’interno di organismi internazionali. E anche qualora fosse impossibile dare riscontro a questo episodio, basterebbero i rapporti compilati annualmente da Amnistia Internazionale ed altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani per escludere da tali compiti i rappresentanti di una monarchia che ha imposto al Paese il nome della famiglia regnante (Saud).
 
Invece, la ong UN Watch ha diffuso la notizia della nomina dell’Arabia Saudita alla presidenza Consiglio dell’ONU per i diritti umani. I documenti in possesso di UN Watch indicano che dal 17 settembre scorso l’organismo sará condotto dall’ambasciatore saudita presso le Nazioni Unite, Faisal Bin Hassad Trad. Tutto in sordina, forse per evitare le scontate proteste dell’opinione pubblica. Come ebbe a dire a giugno il portavoce di Amnistia Internazionale, Riccardo Noury, quando tale candidatura alla conduzione del Consiglio pareva uno scherzo assurdo: “È come se un piromane avanzasse la sua candidatura a dirigere i Vigili del fuoco, o se lo Stato islamico si proponesse alla presidenza dell’Unesco”. Alexandra El Khazen, del dipartimento Medio Oriente ed Africa del Nord della ong Reporters senza frontiere, ha stigmatizzato la nomina affermando che é “indignante” che l’ONU permetta che il panel sia presieduto “da uno dei Paesi maggiormente responsabile della violazione di diritti umani”.
 
Anche UN Watch, il gruppo di monitoraggio sull’operato degli organismi delle Nazioni Unite che si occupano di diritti umani, considera che si tratti di una nomina “scandalosa”, in considerazione del fatto che nel corso di quest’anno le decapitazioni eseguite nel regno saudita hanno superato quelle dell’Isis. L’incaricata degli Esteri dell’UE, Federica Mogherini, e l’ambasciatrice degli Stati Uniti, Samantha Power, hanno condannato la nomina e stanno cercando di far rivedere una decisione a dir poco polemica. Sono sempre piú numerose le denuncie dei legami di vari gruppi terroristi impegnati nei fronti dei conflitti seminati tra l’Africa é il Medio Oriente che fanno capo in un modo o nell’altro con l’Arabia Saudita o con membri della famiglia reale.  
 
Resta da stabilire come sia stato possibile giungere a tale risultato, evidentemente frutto di grossolani giochi di potere. Una ulteriore indicazione dei limiti delle Nazioni Unite nel suo funzionamento. Ed anche l’indicazione della necessita di avanzare in direzione di un maggiore peso delle organizzazioni della societá civile internazionale all’interno dell’ONU. Questo vergognoso episodio dimostra quanto spesso la ragion di Stato applicata dai governi diverge dai valori dei loro stessi rappresentati.

 

Fonte: Cittanuova

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