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È negli agglomerati urbani che si gioca, oggi, la partita della convivenza. Non è solo questione di fondi, ma di una prospettiva da cambiare

Carlo Cottarelli, da commissario alla revisione della spesa pubblica, aveva proposto una drastica riduzione dell’illuminazione nelle strade. Sembra che il nostro consumo annuo pro capite per illuminazione pubblica sia più del doppio della Germania e della Gran Bretagna. L’attuale direttore dell’“Osservatorio dei conti pubblici” della Università cattolica di Milano ha poi precisato che intendeva intervenire solo nei punti luce su strade extraurbane, aree industriali, tangenziali.

Con l’imbrunire della stagione ognuno che provi a muoversi nelle cinture metropolitane conosce molto bene il senso di smarrimento e solitudine che si può provare la sera in spazi disordinati da ricucire, frammisti proprio ad ex aree industriali, tangenziali che tragicamente franano per mancanza di manutenzione e strade extraurbane che tali non sono perché è stato tollerato l’espandersi della città secondo criteri di sola speculazione. 

Nel traffico pomeridiano può, tuttavia, accadere di trovarsi, a Roma, sulla trafficatissima via Tiburtina, di fronte a un gruppo di giovani che allarga uno striscione per chiedere il recupero di un mostruoso sito di archeologia industriale. Si tratta della gigantesca ex fabbrica della penicillina, inaugurata nel 1950 da Fleming, l’inventore del prezioso farmaco, ma ora in stato di abbandono dagli anni ’90 e difficile da bonificare. Ogni tanto una delegazione di Medici senza frontiere entra nell’edificio che ospita migranti senza casa. Accanto si erge un vero e proprio villaggio aziendale della Vitrociset, con un centro di ricerca internazionale legato alla commessa dei caccia bombardieri Jsf35 della Lockheed Martin. Di fronte si erge un quartiere nuovo con campi da tennis e molto verde. Si prosegue e si arriva nel famoso quartiere San Basilio che gode la pessima fama di essere la maggiore sede dello spaccio di droga nella Capitale, anche se una forte rete associativa è riuscita a salvare, nei dintorni, il parco naturale di Aguzzano. La memoria collettiva si ravviva ogni anno per ricordare Fabrizio Ceruso, giovane di 19 anni della vicina Tivoli, caduto durante gli scontri nel 1974 per il diritto alla casa. Esiste, quindi, un forte protagonismo in luoghi che spesso vengono dipinti come terra di nessuno.

Il mondo di lato 

Nonostante tanti fabbricati invenduti o abbandonati, la mancanza di abitazioni accessibili a tutti è tuttora un grande problema dovuto alla carenza di una politica di alloggi popolari. Se ne è accorta anche la commissione parlamentate straordinaria sulle periferie che nella scorsa legislatura ha lavorato oltre un anno producendo, a fine 2017, 800 pagine, oltre ad un video prodotto dalla Rai (Il mondo di lato), per offrire proposte operative concrete. Un lavoro che ha visto andare d’accordo il presidente Andrea Cusin, cattolico di provenienza Acli eletto con Forza Italia, con i vicepresidenti Roberto Morassut, Pd, e Laura Castelli, M5S. Dal loro viaggio nell’Italia delle periferie emerge un senso di vergogna per la pochezza della politica e la necessità di una specie di nuovo piano Marshall, il programma per lo sviluppo finanziato dagli Usa per ricostruire il nostro Paese uscito sconfitto dal secondo conflitto mondiale. 

Se siamo, dunque, in uno scenario da dopoguerra, dopo decenni di conclamato benessere, vuol dire che il problema è molto più complesso di quanto immaginiamo e rimanda ad una redistribuzione ineguale della ricchezza. La crescita della povertà, che non è solo quella monetaria ma coinvolge la carenza dei servizi e la qualità della vita. Pensiamo alla condizione di reclusione che vive una persona anziana con pochi mezzi, senza luoghi di incontro e condivisione, in aree desertificate anche dei negozi di vicinato. A Roma, secondo la commissione parlamentare, quasi 900 mila persone (il 34% dei residenti) vivono in zone disagiate dell’Urbe. Considerando anche le altre 13 città metropolitane oggetto dell’inchiesta (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina e Palermo), si arriva, per i comuni capoluogo, a 3 milioni e 200 mila persone, su un totale di 9 milioni e mezzo di abitanti, che vivono in aree fragili dove, tra l’altro, è più facile la penetrazione delle organizzazioni criminali. È irresponsabile concentrare in tali quartieri strutture che possono aggravare la situazione, come l’imposizione di centri straordinari di accoglienza per migranti, incentivati dal decreto sicurezza di Salvini, che rappresentano l’esatto opposto dei percorsi di integrazione facilitati dagli Sprar.

Il ritorno della politica abitativa

Dall’analisi sul campo, infatti, la commissione parlamentare ha messo in evidenza la necessità, accanto ad una maggiore presenza delle istituzioni in zone consegnate altrimenti ad un controllo malavitoso, di procedere, senza ulteriore consumo di suolo, con piani di rigenerazione urbana e il “ritorno alle politiche abitative” pubbliche da sostenere con strumenti come gli ex fondi Gescal, alimentati con i contributi dei dipendenti, imprese e governo, anche se, purtroppo, in passato oggetto di scandali per malversazione. Oggi le risorse utili sono quelle comunitarie previste dall’Agenda urbana europea varata con il “patto di Amsterdam” del maggio 2016 in collegamento con l’agenda urbana delle Nazioni Unite.

Tra i 12 temi dell’Agenda ci sono tutti gli elementi decisivi per affrontare le grandi sfide future delle città: dall’inclusione dei migranti e dei rifugiati alla qualità dell’aria, povertà urbana e casa, economia circolare, transizione energetica, ecc. Per essere efficaci i programmi devono avere una prospettiva almeno decennale e, infatti, dalla relazione della commissione parlamentare emerge che il livello di investimento delle maggiori città europee è decisamente cresciuto, al contrario dell’Italia. Sul portale dell’Agenzia della coesione territoriale si può verificare, progetto per progetto, città per città, lo scarto tra i finanziamenti approvati e quelli finora utilizzati. 

La comune intesa verso l’emergenza delle aree fragili delle città ha registrato un brusco stop ad agosto con il voto in Senato che ha sospeso per due anni il fondo per la riqualificazione delle periferie, approvato dai governi a guida Pd. Restano in bilico 1,6 miliardi di euro dirottati verso altri finanziamenti ai Comuni (uso delle eccedenze di bilancio finora bloccate dal patto di stabilità). Lo scontro con l’Anci (Associazione nazionale dei comuni) sembra possa ricomporsi anche perché restano senza soldi, per avere un’idea, progetti come la riqualificazione del notissimo quartiere Scampia a Napoli. 

I vincoli di bilancio si fanno sentire. La commissione di inchiesta, che dovrebbe diventare permanente in questa legislatura, ha indicato nella recessione economica l’origine della decadenza del patrimonio pubblico. Non si tratta di mettere in conflitto ovviamente misure di sostegno al reddito che rientrano nella gestione del welfare. Per rispondere alla grande questione urbana occorrono interventi strutturali e mirati, sostenuti da una visione politica che non discenda dall’alto. Ripartire dalla società civile è l’invito che arriva da Richard Sennett, tra i maggiori esperti mondiali in materia. È quello che hanno iniziato a capire dei parlamentari impolverandosi le scarpe per andare a incontrare luoghi e persone. Da qui si può ripartire. 


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Periferie, ossigeno del mondo

di don Bruno Bignami

direttore dell’Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro, presidente Fondazione don Primo Mazzolari di Bozzolo (MN)

«Da quei semi di speranza piantati pazientemente nelle periferie dimenticate del pianeta, da quei germogli di tenerezza che lottano per sopravvivere nel buio dell’esclusione, cresceranno alberi grandi, sorgeranno boschi fitti di speranza per ossigenare questo mondo». La visione proposta da papa Francesco in Bolivia, nel 2015, nell’incontro con i movimenti popolari esprime una straordinaria continuità con l’attualità di Primo Mazzolari, parroco di Bozzolo scomparso nel 1959, secondo il quale «i destini del mondo maturano nelle periferie». Il nocciolo del suo messaggio, legato al ripudio della guerra e la scelta degli ultimi, è, infatti, un cristianesimo incarnato dentro la storia e la sua complessità. Oggi attraversiamo un cambiamento d’epoca con tante incertezze, una fase storica che ci chiede di abitarla e non di stare alla finestra a guardare. E difatti, quando il papa è andato al Corviale, uno dei quartieri simbolo del disagio delle nostre città, le reti di cittadinanza attiva e responsabile lo hanno accolto con la scritta “La realtà si vede meglio dalle periferie”. Perché, appunto, “la realtà è superiore all’idea”, mentre spesso una certa idea mistifica la realtà tanto da cambiarne i connotati. Siamo indotti, infatti, a considerare la vita e l’esistenza di alcune persone a seconda dell’importanza che gli viene data. Accettiamo di restare indifferenti verso uomini e donne dei quali ignoriamo il volto. Siamo, quindi, di fronte a un punto di svolta radicale che ci invita a contestare l’ideologia dell’esclusione per dare spazio alla destinazione universale dei beni. A partire, come ha ribadito Francesco, «dall’attaccamento al quartiere, alla terra, all’occupazione, al sindacato» perché «questo riconoscersi nel volto dell’altro, questa vicinanza del giorno per giorno, con le sue miserie – perché ci sono, le abbiamo – e i suoi eroismi quotidiani, è ciò che permette di esercitare il mandato dell’amore non partendo da idee o concetti, bensì partendo dal genuino incontro tra persone, perché abbiamo bisogno di instaurare questa cultura dell’incontro». 

La visione di don Mazzolari, tra l’altro, consente di valorizzare le periferie come laboratori sperimentali capaci di non far sentire nessuno inutile. I cambiamenti della storia non avvengono necessariamente dal centro, attraverso la logica secondo cui chi ha potere comanda. Le trasformazioni avvengono anche a partire dalle periferie esistenziali, dove si vivono o contestano modelli relazionali disumani o scelte considerate abituali. Con buona pace dei benpensanti.


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La città come sfida globale

di Marco Dotti

Il campo sociale e politico contemporaneo si è allontanato definitivamente dalla dialettica centro-periferia. L’ordinamento spaziale che orienta la nostra maniera di guardare il mondo si sta orientando verso un’altra polarità: alto-basso. E tra alto e basso non c’è più un centro, simbolico o materiale che sia. Non c’è più classe media, spazzata via dalle crisi. I corpi intermedi si sono smembrati o sono stati resi (apparentemente) inutili. Il sociale è nudo, privo di forza, e la politica sembra aver perso la propria capacità di virtuosa mediazione, avendo delegato il proprio compito a un rapporto tecnico fondato sull’empatia malata fra sovranità (alto) e cittadinanza (basso): è il fenomeno che, variamente, qualifichiamo come populismo.

L’urbanizzazione esprime in sé tutte le contraddizioni della globalizzazione perché, nelle sue forme attuali, comporta la moltiplicazione dei punti ciechi o, se si vuole, acceca lo sguardo degli abitanti delle città. La megalopoli resta una grande metafora del nostro tempo, ma acceca la vista su tutto ciò che non vi si trova inglobato e viene definito come “periferia”, vista come un’appendice del centro. Per le Nazioni Unite, entro il 2050 il 70% della popolazione mondiale vivrà nell’area di influenza dei grandi agglomerati urbani, con uno spostamento di oltre 2,5 miliardi di persone che porteranno a 6,5 miliardi — su 9,3 miliardi di popolazione globale — il numero di coloro che vivono in città e questo esodo sarà generato dal mutamento climatico, non meno che da questioni economiche, religiose o politiche. 

Le città, nelle quali vive oramai oltre la metà del genere umano, diventano Stato a sé e discariche per i problemi creati e non risolti dello spazio globale. Dobbiamo temere, osservava il filosofo e urbanista Paul Virilio, non tanto la concentrazione della popolazione in una città o in una rete di città anziché in un’altra, ma l’«iperconcentrazione della città-mondo, città delle città», sorta di omnipolis dove «il centro sarà in nessun luogo e il perimetro dappertutto». 

La vera sfida è l’urbanità: innervare la cittadinanza nei luoghi e nelle pratiche della città. Non può esistere una residenza come funzione separata dall’abitare. Chi abita una città vive la città, “è” la città. Anche se si colloca ai suoi margini. Dobbiamo tornare a riflettere in termini di umanesimo quando parliamo di periferie, dove la gente – non un qualsiasi palazzo – torna al centro.

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