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Intervista a Massimo Toschi sul significato di un anniversario che rimanda alla straordinaria esperienza del leader sudafricano che è riuscito a ricostruire l’unità di un Paese lacerato dall’apartheid grazie alla forza del perdono    

AP Photo/Eranga Jayawardena

Il centenario della nascita di Mandela segna la storia: quale il significato del giorno di oggi?

Cento anni fa nasceva Nelson Mandela e iniziava una straordinaria storia: di cultura, di civiltà, di grande politica, di un uomo che con la sua vita, con la sua prigionia, con la sua testimonianza, con il suo coraggio e la sua sapienza ha cambiato davvero la storia e la cultura, non solo dell’Africa, ma dell’intera umanità. Noi oggi parliamo molto di Africa e diciamo questa formula, molto provinciale e inconsistente, dell’“aiutarli a casa loro”. In realtà in questo secolo sono stati Mandela e l’Africa che hanno aiutato l’Europa e non è vero il contrario. Noi abbiamo imparato a usare delle parole nella politica che hanno cambiato la politica, che hanno cambiato la storia dei popoli. Quando per la prima volta, tra il ‘90 e il ‘94, Mandela decise per la non violenza, facendo la scelta della cultura del perdono e della riconciliazione, ha davvero svelato un nuovo grande disegno, che fino a quel momento era schiacciato dalla cultura della vendetta e dell’odio. Dopo Mandela non si può più parlare di odio e di vendetta e di una politica egemonizzata da questi. Con Mandela comincia una nuova politica, che in qualche modo si riassume nelle due grandi parole: verità e riconciliazione.

Partendo da questo anniversario, che riflessione faresti sul rapporto tra l’Italia, l’Europa e il Sud Africa?

Una riflessione non tanto nei termini economici, sociali, politici, di grandi interessi che pure ci sono stati e che è bene che ci siano. Mandela ha insegnato all’Italia e all’Europa la grande parola del perdono. Una parola nuova, che era stata rimossa ed era stata chiusa nei confessionali, e che è diventata la grande parola che illumina tutta la politica del mondo, in termini nuovi. Ci sono altre esperienze in Africa interessanti, proprio sull’onda di questa ispirazione: basterebbe ricordare il dialogo che si è avviato tra l’Etiopia e l’Eritrea, grazie ai leader politici di questi due Paesi, in particolare il giovane leader dell’Etiopia.

Nella sua vita Mandela ha seguito molto i dialoghi tra i Paesi africani, è sempre intervenuto quando un conflitto si apriva, non viveva la parola del perdono nella retorica dei palazzi, ma la costruiva nella durezza dei conflitti; e quindi assumendosi tutta la sua responsabilità, sapendo la forza della sua parola e la forza della sua testimonianza.

A questo punto vale la pena di ricordare che è stato Presidente del Sud Africa per un solo mandato, per evitare la tentazione del potere. Anche in questo, un leader straordinario. Mi ricordo, quando sono stato per la prima volta da lui, era il primo novembre 2001, stava tornando da un incontro che riguardava il conflitto in Burundi. E arrivò perfettamente in orario, secondo lo stile migliore degli uomini che credono alla politica, che non si perdono in ritardi, ma sono sempre puntuali sui temi.

Mandela leader, non solo puntuale, ma visionario.

Aveva un grande ruolo nell’Africa, un ruolo che ha reso ancora più forte il ponte tra Africa e Europa; anche se fu difficile – praticamente impossibile – riuscire negli ultimi anni a venire in Europa e in Italia, perché la malattia che lo affliggeva gli impediva una facilità di movimento.

Ma, detto questo, lui ha continuato con il suo magistero, che ancora oggi appare come una grande luce per tutti i popoli dell’umanità.

È stato un peccato – oggi potremmo avere nostalgia di questo – che non si siano incontrati papa Francesco e Mandela: penso che si sarebbero capiti e si sarebbero amati a partire proprio da queste parole importanti del perdono e della riconciliazione. E al rifiuto, al giudizio severo sulla guerra, su ogni guerra, su tutte le guerre.

Cosa farebbe oggi Mandela?

È sempre difficile dire cosa potrebbe o dovrebbe fare un grande leader politico, anche perché ha una capacità di libertà, autonomia, preveggenza, che i politici oggi non hanno. Penso che lui lavorerebbe ad un’Africa più unita. Lui ha lavorato sempre per mettere insieme i paesi africani quando erano esplose delle guerre.

E sapeva che non c’era alternativa alla violenza se non con il perdono, il riconoscimento dei diritti dell’altro, l’incontro, il dialogo.

In questo lui era incessante e perseverante, senza mai stancarsi, perché era la grande responsabilità che si era assunto, che il popolo sudafricano gli aveva consegnato, liberandolo dalla prigionia dell’odio, dell’inimicizia e aprendolo a nuove forme di convivenza

Tutto questo non significa che in Sud Africa tutto è risolto, tutto è stato affrontato. In Sud Africa ci sono grandi problemi e ci vorrà tempo…. e anche i suggerimenti che vengono dall’Europa di un grande piano Marchall per l’Africa, per ora a me sembra più retorica che altro, è un modo per dire: “leviamoceli di torno”.Se vogliamo fare un grande patto per l’Africa ci vorrebbero ben altri fondi di quelli che la generosità dell’occidente è disposta a impiegare, per cattiva visione e pigrizia del cuore. Penso che Mandela ci porterebbe ancora sulle strade difficili e complicate della pace, che passano dal cuore dell’Africa, dalla tragedia dei migranti dal superamento del conflitto tra Eritrea e Etiopia.

Quando hai incontrato Mandela?

Ho avuto due incontri con Mandela, uno – già ricordato- nel 2001 e l’altro nel 2005. Il primo favorito dal presidente della commissione europea Prodi, che mi presentò. Andai per parlare della questione dell’Aids, che in quel momento era la grande tragedia sud africana. Mi colpì molto quell’incontro, andammo con gli amici dell’Unicoop, con Claudio Vanni, per sostenere un progetto di aiuto per i bambini malati di AIDS. Non fece aspettare due amici che venivano dall’Italia, che appena conosceva: già questo era una grande lezione.

Sono tornato da lui nel 2005, lo incontrammo alla Fondazione dove stavano presentando una specie di storia a fumetti di Nelson Mandela.

Proprio due giorni fa, andando dal giornalaio, tra i libri ho trovato in vendita la storia di Mandela a fumetti: quindi non solo i ragazzini sudafricani, ma anche quelli italiani potranno imparare da questo grande maestro di politica e di pace. Quindi un grande augurio, una grande venerazione, una grande gioia per aver incontrato nella mia vita quello che i suoi amici chiamavano Madiba, Nelson Mandela.

Hai qualche dettaglio da raccontarci dell’incontro con lui?

Nel secondo e ultimo incontro con Mandela, lo invitai – e insistetti molto – a venire a Firenze e lui si sottrasse, perché – disse –  lui era un chief, un capo, e un capo non può andare seduto in giro per il mondo. Un capo deve andare in piedi, e siccome non aveva più la forza di camminare, aveva deciso di non andare più a nessun incontro

Mandela con Massimo Toschi Io gli dissi che una carrozzina non avrebbe tolto prestigio al leader, anzi lo avrebbe rafforzato. Del resto, lui aveva nel suo governo un ministro per i problemi dei disabili, dei bambini e delle donne, quindi era un leader politico attento e sarebbe stato un grande segnale se avesse accettato di muoversi con la carrozzina. Però non lo convinsi: io ho continuato a usare la mia carrozzina e lui non si è più mosso.

L’altra cosa bella è che dall’ispirazione di questo incontro è nata l’idea di dedicare a lui il palazzo dello sport di Firenze. Lì tanti giovani vanno a giocare, correre, a esprimersi al meglio delle loro forze e vedono nei grandi poster questo grande personaggio e dunque non dimenticano. Ringraziamo Massimo Gramigni che si è impegnato in prima persona e con coraggio perché questa memoria non si perda.

Mandela con Massimo Toschi

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