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Fonte: Città Nuova

Il senso e l'importanza di una grande manifestazione nella capitale del Bangladesh, ignorata dalla maggior parte dei media.

Archivio EPA/ABIR ABDULLAH

Cento mila imam chiedono la pace. Il titolo è ad effetto, ma è uscito solo su L’Osservatore Romano di domenica 9 aprile e la notizia è stata riportata da alcuni siti cattolici. Ovviamente, come abbiamo fatto notare in altre occasioni, i media cosiddetti “laici” non ne fanno menzione in un momento, come questo, dove è chiaro che ciò che si ricerca è lo scontro, non la pace.

Eppure quanto è successo a Dacca, capitale del Bangladesh, è molto significativo. Il paese asiatico, infatti, era stato sempre abbastanza lontano dagli eccessi del fondamentalismo islamico e, soprattutto, dal terrorismo. La situazione è cambiata radicalmente negli ultimi anni con atti crudeli che hanno colpito stranieri, ma anche e soprattutto bengalesi, la maggior parte dei quali, ovviamente, musulmani.

Il Paese è, quindi, al centro delle tensioni che caratterizzano il mondo musulmano e non è risparmiato per nulla dalla violenza in nome della religione.

Nei giorni scorsi, invece, le strade di Dacca si sono riempite di imam, predicatori e religiosi musulmani che hanno manifestato contro il terrorismo di marca religiosa e musulmana. L’occasione della manifestazione è stata offerta dalle celebrazioni per il 42mo anniversario della Islamic Foundation, dove, fra gli altri ospiti ufficiali spiccavano rappresentanti importanti provenienti dalla Mecca e Medina. Due figure, senza dubbio, di rielievo: Mohammad Bin Nasser Bin Mohammad Al Khuzaim, vice presidente della Al-Masjid al-Haram (la Grande Moschea della Mecca) e della Al-Masjid an-Nabawi (la Moschea del profeta a Medina); Abdulmehsin bin Mohammad Bin Abdul Rahman Al-Qasim, imam e predicatore alla Moschea del profeta.

La manifestazione si è concentrata attorno al Suhrawardy Udyan di Dacca, il monumento nazionale, luogo, quindi, significativo per il Paese che, dopo Indonesia, Pakistan e India, è fra quelli con maggiore presenza di seguaci dell’Islam in Asia e nel mondo.

Alla manifestazione di massa ha partecipato anche il Primo Ministro, la signora Sheikh Hasina che ha invitato i partecipanti “a diffondere il vero messaggio educativo dell’islam”. “Non è islam – ha detto – musulmani che uccidono altri musulmani in nome del jihad [guerra santa]. L’islam non dice di uccidere altre persone”. La premier del Bangladesh non ha limitato il suo intervento ai presenti e ai cittadini bengalesi. Rivolgendosi a tutti i Paesi islamici ha chiesto di “unire le forze in un’unica campagna per eliminare il terrorismo”. La leader del Paese del sub-continente indiano ha anche ribadito la vicinanza al re saudita, affermando: “Lavoreremo insieme, così nessuno potrà minare la nostra religione sacra”. Allo stesso tempo, ha sottolineato che “i produttori di armi sono i primi beneficiari dei terroristi, ma tutto questo avviene a costo del sangue dei musulmani. È davvero spiacevole che i musulmani muoiono per mano di altri musulmani”.

All’appello lanciato dal Primo ministro si è unita anche la voce di Shameem Afzal, direttore generale dell’Islamic Foundation, che ha affermato che “l’islam non insegna a conquistare un Paese”. Dello stesso parere anche gli altri partecipanti, tra cui l’imam Mahamud Hasian. In una intervista rilasciata all’agenzia cattolica AsiaNews, l’imam Hasian ha affermato il suo impegno a portare tra i fedeli della sua moschea il messaggio del programma e a diffondere gli insegnamenti contro l’estremismo.

La manifestazione delle migliaia di leaders religiosi bengalesi è molto coraggiosa e significativa, dopo i ripetuti bagni di sangue che il Paese ha conosciuto negli ultimi mesi.

Solo pochi giorni fa si è concluso in tragedia l’assedio della polizia a un covo di militanti islamici nella località di Moulvibazar, nel nord-est del Bangladesh. Nell’edificio si nascondevano i sette radicali islamici ritenuti appartenenti alla stessa cellula degli attentatori della strage di Dacca del 1° luglio 2016. Mentre il 25 marzo scorso un attentatore suicida è morto mentre cercava di entrare con dell’esplosivo nell’aeroporto di Dacca.

Monirul Islam, il capo dell’unità antiterrorismo che aveva condotto le ultime sanguinose operazioni per scovare i terroristi, ha affermato nei giorni scorsi che i radicali morti nei recenti assalti della polizia sera appartengono al gruppo islamico Jama’atul Mujahideen Bangladesh, che è stato da tempo messo al bando nel Paese asiatico. Si tratta della stessa cellula cui appartenevano gli autori del sanguinoso attentato del 1 luglio dello scorso anno in cui persero la vita anche vari stranieri presenti nel Paese. Le autorità locali sono del papere che sarebbero affiliati a questo gruppo e non i militanti dello Stato islamico (che pur rivendica di continuo gli attacchi in Bangladesh) che di recente stanno diffondendo una nuova ondata di terrore in Bangladesh.

Ancora una volta, l’agenda mediatica è chiara. Non far trasparire ciò che può favorire pace e comprensione. In fin dei conti centomila imam in piazza per la pace non sono un evento marginale. Il problema è che continuiamo a non renderci conto a chi rimettiamo le nostre credenze ed i nostri pareri su milioni di persone.

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